Archivio mensile:agosto 2015

PT: SEMPRE NELL’OCCHIO DEL CICLONE MEDIATICO

È un dato innegabile che dopo la rielezione della presidente Dilma nel 2014, hanno fatto irruzione sulla scena politica molta rabbia e perfino odio contro il PT e contro l’attuale governo. Lo attesta un ex ministro del partito di opposizione, del PSDB, Bresser Pereira, con queste pesanti parole: «È in atto un fenomeno che io non avevo mai osservato in Brasile. All’improvviso, ho visto un odio collettivo della classe alta, dei ricchi, contro un partito e una presidente. Non si trattava di preoccupazione o paura. Era odio. Quest’odio proviene dal fatto che esiste per la prima volta un governo, che è di centro sinistra e che si è confermato di sinistra. Ha fatto accordi arrischiati, ma non ha abbandonato il timone. Continua a difendere i poveri contro i ricchi. L’odio proviene dal fatto che il governo ha rivelato una preferenza forte e chiara per i lavoratori e per i poveri» (FSP 01-03-2015).

Quest’odio è stato gonfiato fortemente dalla stampa commerciale di Rio e di San Paolo, da un canale di TV a diffusione nazionale e specialmente da una rivista settimanale che non è solita brillare per morale giornalistica e, non raramente, lavora direttamente a falsificare notizie e a mentire. Questo odio ha permeato i mezzi di comunicazione sociale e ha raggiunto perfino la strada. Tale atmosfera avvelena pericolosamente i rapporti sociali al punto che già si odono voci che invocano il ritorno dei militari, per un colpo di Stato o per un impeachment.

Tale fatto va denunciato perché sia chiara la bassa intensità del tipo di democrazia che abbiamo. Soprattutto va interpretato. Non piangere né ridere, ma tentare di capire. Forse le parole dell’ex presidente Lula possono chiarire la situazione:

«Loro (le classi dirigenti conservatrici) non riescono a tollerare il fatto che, in 12 anni, un presidente che ha soltanto il diploma di scuola media è riuscito ad aprire l’università a più studenti che loro in un secolo. Che questo presidente ha messo nelle scuole tecniche un numero di studenti tre volte mezzo più grande che loro in 100 anni. Che ha portato l’energia elettrica gratuita a 15 milioni di persone. Che non ha permesso di privatizzare la Banca del Brasile, la Banca Economica Federale, la Banca dello Espirito Santo, di Santa Catarina e del Piauì. Che negli ultimi 12 anni ha aperto le banche a oltre 70 milioni di persone, a gente che entrava in un’agenzia bancaria per la prima volta in vita, per un motivo che non fosse pagare una bolletta.

Penso che tutto questo spiega l’odio e la menzogna di queste persone. Che anche i poveri viaggino in aereo comincia a infastidire; che frequentino una facoltà comincia a turbare; tutto quello che è conquista sociale dà noia a un’élite perversa». (Discorso al sindacato dei bancari dell’ABC, del giorno 24 luglio 2015: Jornal do Brasil (JB) on line, 25 luglio 2015.

Posso immaginare l’enorme difficoltà delle classi proprietarie con il loro poderosi mezzi di comunicazione ad accettare la profonda trasformazione nata nel paese con l’avvento del PT, venuto dal basso, dal seno di coloro che sempre sono stati ai margini e ai quali si sono negati diritti e piena cittadinanza. Come ha scritto sul giustamente economista Ladislau Dowbor della PUC di São Paulo:

«Loro vogliono il ritorno al passato, farla finita con le politiche pubbliche, vogliono bloccare l’ascesa della piramide, cosa che li spaventa». E aggiunge: «La macchina amministrativa ereditata era stata studiata per amministrare privilegi, non per prestare servizi. E i privilegiati la rivogliono indietro» (Carta Maior 2015).

Effettivamente quello che è avvenuto non è stato un semplice scambio di potere ma il costituirsi di un’altra base di potere, quello popolare repubblicano, che ha dato centralità al sociale, facendo sì che lo Stato, bene o male, prestasse servizi pubblici, a favore di circa di 40 milioni di persone, fatto di una magnitudine storica.

Per capire il fenomeno dell’odio sociale ci vengono incontro analisti della violenza nella storia. Mi riferisco specialmente ai pensatore francese René Girard (*1923) che sta nel numero dei migliori.

Secondo lui, quando nella società si acutizzano i conflitti, l’oppositore principale riesce a convincere gli altri che la colpa è di tale o tale persona o partito. Tutti allora si rivoltano contro di lui, facendone un capro espiatorio sul quale collocano tutta la colpa e le corruzioni (cf.Le bouc émissaire, 1982). Così sviano l’attenzione dalle proprie corruzioni e, soddisfatti, continuano con la loro logica pure corrotta.

Oppure si può attribuire agli accusatori quello che il grande giurista e politologo tedesco Karl Schmitt (+ 1986) la applicava a un intero popolo. Questo per “garantire una identità deve a identificare un nemico e squalificandolo con tutto il tipo di preconcetti e diffamazioni”. (cf. O conceito do político, 2003). Ora, questo processo fatto o sistematicamente contro il PT, un vero teppismo collettivo. Con questo si cerca di invalidare le conquiste popolari raggiunte e ricondurre al potere quelli che storicamente sempre stigmatizzavano il popolo come caboclos ignoranti o scarti sociali, e avevano occupato gli apparecchi dello Stato per poterne usufruire

Distorce la mia intenzione chi pensasse con quello che ho scritto sopra che io sto difendendo quelli del PT che si sono corrotti. Devono essere giudicati e condannati e infine espulsi dal partito.

L’avanzare del popolo attraverso il PT è troppo prezioso perché sia annullato. Le conquiste devono continuare e consolidarsi. Per questo è urgente smascherare gli interessi antipopolari, frenare l’avanzata dei conservatori che non rispettano la democrazia e che desiderano il ritorno al potere con qualche tipo di colpo di Stato.

*Leonardo Boff, ecologo, teologo e filosofo

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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intervista di frei Betto

Pezzi della intervista di frei Betto (pezzi sul governo del PT):

 

“IO TEMO CHE LA PRESIDENTE DILMA RINUNCI”, DICE FREI BETTO
(Folha di Sao Paulo, 9 agosto 2015, Ricardo Mendonça)

 

Domanda -Nello scenario attuale, che vede insieme crisi politica e stagnazione economica, denunce di corruzione e bassa popolarità di Dilma, che cosa la preoccupa di più?

Il Brasile sta vivendo un momento di forte insoddisfazione, non solo nei confronti del governo. Insoddisfazione per la mancanza di utopie, di prospettive storiche, di ideologie di liberazione.  Dal 2013 (giugno 2013), quando ci fu quella grande manifestazione atipica, non c’è stato nessun partito, nessuna dirigenza, nessun discorso. E fu una manifestazione enorme, in cui le persone protestavano. C’era la protesta, ma non c’erano proposte. Questo ha attirato molto la mia attenzione. E quando – questo è noto in campo terapeutico – si entra in uno stato di  amarezza e non si vedono soluzioni, vie d’uscita, non si riesce a valutare razionalmente quel che si sta vivendo, non si riescono a vedere cause e prospettive. Tutto resta a livello di emozioni.  Ho detto ad alcuni amici che la mia generazione ha vissuto grandi divergenze politiche durante la dittatura, anche all’interno della sinistra, divisioni profonde. Ma il dibattito era a un livello razionale. Si discuteva di progetti, programmi e prospettive storiche. Oggi, la discussione è emotiva. E’ come una lite dentro una coppia in cui è finito l’amore. E’ come premere l’acceleratore di una macchina finita in un pantano: quanto più si accelera più si affonda nel fango. E stiamo vivendo questo.

D-E il governo?

Il governo, che io considero il migliore della nostra storia repubblicana – i due di Lula e il primo governo Dilma – ha avuto grandi meriti, con l’inclusione economica di 45 milioni di brasiliani; e creato grandi equivoci come la non inclusione politica. Al contrario di quello che ha fatto l’Europa all’inizio del XX secolo, il governo del PT ha favorito l’accesso dell’insieme della popolazione brasiliana a beni personali, quando avrebbe dovuto iniziare con l’accesso ai beni sociali. La metafora che utilizzo è la baracca della favela. Lì dentro la famiglia ha computer, cellulare, elettrodomestici come  cucina a gas, frigorifero, micro-onde, e ai piedi della favela una macchinetta, grazie alla facilità del credito. Ma la famiglia vive nella favela. E non ha fogne, non ha una vera casa, non ha mezzi di trasporto, non ha buona sanità, educazione, sicurezza. Risultato: è stata creata una nazione di consumatori, non di cittadini.
 
D-Perché secondo lei, le cose, sotto il PT si sono sviluppate in questo modo, cioè c’è stata l’opzione per la promozione del consumo e non l’altra?

Perchè il PT ha perso il suo orizzonte storico. L’orizzonte che aveva nei documenti delle origini. Di trasformazione, di realizzazione di riforme rilevanti.

D-Ma in che momento l’ha perso?

Ah, quando è arrivato al potere. E’ stato quando ha scambiato un progetto di Brasile per un progetto di potere. Restare al potere è diventato più importante che realizzare riforme importanti e necessarie per il paese, come la riforma agraria, tributaria, dell’educazione, sanitaria ecc. In 12 anni, l’unica riforma che abbiamo è l’anti-riforma politica di  Eduardo Cunha (attuale presidente della Camera).

D-Perchè il PT non ha fatto queste riforme?

Perchè aveva paura di perdere alleati e non si è saputo assicurare la governabilità dal basso. Ha cercato di assicurarsela dall’alto. Non ha  seguito l’esempio di  Evo Morales (presidente della Bolivia), che oggi ha l’80% di consenso, è il secondo presidente – per consenso – dell’America Latina, dopo il presidente della Repubblica Dominicana. All’inizio  non aveva l’appoggio né del mercato né del Congresso; ha cercato di assicurare la governabilità attraverso i movimenti sociali e oggi ha il consenso di tutti.

D-Il PT ha avuto paura di abbracciare questa strada?

E’ stata una strategia sbagliata per restare al potere. “Facciamo alleanze con chi ha il potere, noi stiamo al governo”. Una cosa è stare al governo e un’altra stare al potere. Questo è andato bene per un po’. Solo che c’è una questione di classe che è radicata nella struttura sociale brasiliana. E improvvisamente i settori conservatori, vedendo che non c’erano proposte, e prospettive storiche  hanno deciso di procedere. É il momento che stiamo vivendo. Anche Lula è diventato vittima ora. Non di un attentato politico. Ma di un attentato terroristico. Questo (una bomba lanciata contro l’Istituto Lula, giorni fa) è un attentato terroristico. Lanciare una bomba su un edificio che ha assunto una simbologia politica è un attentato terroristico. Se fosse successo nella sede del Partito Democratico USA o nell’ufficio di Bill Clinton – un buon paragone – il giorno dopo il mondo intero avrebbe detto: “Bill Clinton ha subito un attentato terroristico”. E’ evidente che la stampa brasiliana non ha voluto dare spazio alla cosa, una certa stampa. Da una parte alcuni sono arrivati a insinuare che lo stesso PT avrebbe preparato questa bomba per cercare di vittimizzare Lula e il partito. Ma la cosa più grave è che non è stato dato lo spazio dovuto alla cosa, forse perché non interessa. Interessa solo che Lula appaia come accusato per il ‘Lava Jato’ (caso Petrobrás) non come vittima di un attentato terroristico.

 D- Ci sono stati anche ex-ministri insultati nei ristoranti …..

Esattamente. Stiamo vivendo un’onda di rabbia. E per mancanza di coscienza politica della nazione, di coscientizzazione. I partiti sono diventati, “partiti in affitto”, la política è diventata mediocre e “Lava Jato” (caso Petrobrás) sta mostrando  come si muove il potere in Brasile tra favori politici  e conquiste economiche.
D-Ho letto recentemente che lei ha avuto una lunga conversazione con Lula…

Sono amico di  Lula e sono amico di  Dilma.

D-Si,  ma ha parlato loro in questi termini?

Certo, allo stesso modo in cui sto parlando ora. Io prendo posizione pubblicamente. Sono stato a parlare con Dilma il 26 novembre, con Leonardo Boff e altri. Le abbiamo consegnato un nostro testo.  Siamo stati lì più di un’ora. Oltre a Dilma c’era Aloisio Mercadante, il capodigabinetto della Presidenza.

D-E come reagiscono a questo tipo di critiche?

Le accettano. Ci hanno ringraziato: “grazie per essere venuti, vediamo se ci possiamo vedere tra sei mesi per parlare di nuovo”.  Ma è tutto qui. E poi fanno tutto in un altro modo. Cosa vuole che faccia? Mi metta a piangere? La conversazione è stata ottima. Dilma ha accettato tutto quello che abbiamo detto, sull’importanza della riforma agraria, dei quilombos, dei popoli indigeni, sul ruolo delle donne, dei programmi sociali, del fatto che non si possono fare tagli in settori come l’educazione e la sanità. E ci rispondevano: “è proprio così, lo sto pensando anch’io…”. Il testo sta là, ce l’ho molto chiaro nella testa.  Io ho un buon rapporto con tutti e due   [Dilma e Lula]. Io parlo liberamente. Loro mi stanno a sentire. Lula anche. A volte dice che la colpa non è sua, la colpa è di non si sa chi, è del partito, è di Dilma, è della congiuntura; e poi dice “ma abbiamo anche fatto…”.

D-L’ex-presidente Lula ha già parlato criticamente dell’allontanamento del PT dai movimenti sociali. Perchè è successo?

Avviene nel momento in cui il PT fa l’opzione della “Lettera al popolo brasiliano”, durante il primo governo Lula. Era una lettera ai banchieri e agli imprenditori.  Era detto chiaramente: “vogliamo assicurare la governabilità attraverso l’elite, non attraverso legami con le nostre origini che sono i movimenti sociali”. E’ allora che viene creato il  Gran Consiglio, al quale sono  invitati leader dei movimenti sociali. Ma sono gli imprenditori che comandano lì dentro. E pian piano i dirigenti (dei movimenti sociali) se ne sono andati. E poi il   Gran Consiglio, che era un consiglio di consultazione  e discussione, è diventato un mero luogo di ascolto e di approvazione degli annunci della Presidenza. E oggi  esiste appena. Ossia, questo dialogo minimo con la società civile ………oggi a malapena esiste. É quello che Dilma dovrebbe fare, creare un Consiglio Politico. Perché non sarebbe una forzatura. E’ previsto nella Costituzione del 1988, è una cosa normale, Lula lo ha fatto. Non come avrebbe dovuto. Avrebbe dovuto essere più democratico, la gente dei movimenti sociali avrebbe dovuto avere più spazio, ma lo ha fatto. Con questa crisi, non serve che Dilma sostenga Temer (vice-presidente). Deve ascoltare la società. Deve uscire dal palazzo, uscire dalla tana.

 

Il Papa, la globalizzazione e i movimenti popolari

Mi hanno chiesto che cosa mi ha più impressionato nel discorso del papa ai movimenti popolari in Bolivia.  Mi ha impressionato la sensibilità verso i poveri, la poesia, lo stile giornalistico…, ma soprattutto la sua condanna netta della globalizzazione. Per la verità, il papa non usa questo termine, forse perché esso si presta a equivoci. Ma parla di neo-colonialismo, dittatura sottile, idolatria del denaro, nuova tirannia, sistema imposto dalle istituzioni finanziarie e dalle imprese transnazionali e diventato globale. Con un solo termine: la globalizzazione.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ritenevano la globalizzazione un fenomeno ambivalente, positivo e negativo. Ma parlare di globalizzazione ambivalente, confonde invece di chiarire. Per papa Francesco la globalizzazione è un sistema socio-politico-economico, soprattutto economico, negativo. Il papa ha ragione: scientificamente parlando, “globalizzazione” è un termine eufemistico (usato per la prima volta da Theodor Levitt nel 1983) per significare il sistema capitalista neoliberale di matrice anglosassone, imposto a livello mondiale, dopo la caduta del muro di Berlino.

La globalizzazione, che poggia sul treppiede pensiero unico, mercato globale e libero flusso dei capitali, si è autopromossa a miglior sistema possibile, se non perfetto. L’umanità, anche se vivesse secoli e millenni futuri, non potrebbe trovare una forma alternativa all’altezza. Insomma, solo la globalizzazione può salvare l’umanità. L’espressione di Francis Fukuyama “siamo alla fine della storia” significa tutto questo.

Ebbene, il papa con estrema chiarezza dice che la globalizzazione non è il miglior sistema possibile, anzi, essa è malvagia perché idolatra e schiavizzante; essa dev’essere combattuta e superata per liberare tutti. Si capisce allora la reazione dell’Agenzia Fox, portavoce dei signori del capitalismo neoliberale, che dice del papa attuale: “Questo è l’uomo più pericoloso del mondo”.

La posizione del papa è molto “CEM”. Io vedo l’umanità attuale come una pianta (la metafora a cui sono ricorso più volte): il tronco è la “pianetarizzazione” e i due rami maggiori, sorti dal tronco, sono la mondialità e la globalizzazione. La mondialità ha l’ideale di solidarietà-giustizia-pace…; la globalizzazione ha i precetti di concorrenza-ricchezza-sfruttamento… Il ramo della globalizzazione si fa passare per l’intera pianta, dicendosi responsabile della civiltà attuale. Ma la “pianetarizzazione”, cioè il provvidenziale progresso e l’interdipendenza del nostro pianeta, è anteriore ed è dovuta non alla globalizzazione, bensì alle scoperte, ai mezzi di comunicazione, all’informatica… È bene dire questo perché non si pensi che lottare contro la globalizzazione sia oscurantismo e rigetto del progresso. Insomma, la globalizzazione è appena un ramo abnorme. Papa Francesco dice che bisogna reciderlo e aderire al ramo della mondialità, con coraggio e fiducia, dal basso. Per la verità, il papa non è ricorso alla metafora della pianta, ma ha recitato il rosario di volti sofferenti e di drammi umani ed ecologici; e ha intonato il canto della speranza.

Il papa vuole una Chiesa samaritana che “parla alla società a partire dalla sua opzione preferenziale ed evangelica per gli ultimi”.  Qualcuno dirà che questo papa è comunista; allora lui chiarisce: “L’attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo».

Arnaldo DeVidi

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