Il Papa, la globalizzazione e i movimenti popolari

Mi hanno chiesto che cosa mi ha più impressionato nel discorso del papa ai movimenti popolari in Bolivia.  Mi ha impressionato la sensibilità verso i poveri, la poesia, lo stile giornalistico…, ma soprattutto la sua condanna netta della globalizzazione. Per la verità, il papa non usa questo termine, forse perché esso si presta a equivoci. Ma parla di neo-colonialismo, dittatura sottile, idolatria del denaro, nuova tirannia, sistema imposto dalle istituzioni finanziarie e dalle imprese transnazionali e diventato globale. Con un solo termine: la globalizzazione.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ritenevano la globalizzazione un fenomeno ambivalente, positivo e negativo. Ma parlare di globalizzazione ambivalente, confonde invece di chiarire. Per papa Francesco la globalizzazione è un sistema socio-politico-economico, soprattutto economico, negativo. Il papa ha ragione: scientificamente parlando, “globalizzazione” è un termine eufemistico (usato per la prima volta da Theodor Levitt nel 1983) per significare il sistema capitalista neoliberale di matrice anglosassone, imposto a livello mondiale, dopo la caduta del muro di Berlino.

La globalizzazione, che poggia sul treppiede pensiero unico, mercato globale e libero flusso dei capitali, si è autopromossa a miglior sistema possibile, se non perfetto. L’umanità, anche se vivesse secoli e millenni futuri, non potrebbe trovare una forma alternativa all’altezza. Insomma, solo la globalizzazione può salvare l’umanità. L’espressione di Francis Fukuyama “siamo alla fine della storia” significa tutto questo.

Ebbene, il papa con estrema chiarezza dice che la globalizzazione non è il miglior sistema possibile, anzi, essa è malvagia perché idolatra e schiavizzante; essa dev’essere combattuta e superata per liberare tutti. Si capisce allora la reazione dell’Agenzia Fox, portavoce dei signori del capitalismo neoliberale, che dice del papa attuale: “Questo è l’uomo più pericoloso del mondo”.

La posizione del papa è molto “CEM”. Io vedo l’umanità attuale come una pianta (la metafora a cui sono ricorso più volte): il tronco è la “pianetarizzazione” e i due rami maggiori, sorti dal tronco, sono la mondialità e la globalizzazione. La mondialità ha l’ideale di solidarietà-giustizia-pace…; la globalizzazione ha i precetti di concorrenza-ricchezza-sfruttamento… Il ramo della globalizzazione si fa passare per l’intera pianta, dicendosi responsabile della civiltà attuale. Ma la “pianetarizzazione”, cioè il provvidenziale progresso e l’interdipendenza del nostro pianeta, è anteriore ed è dovuta non alla globalizzazione, bensì alle scoperte, ai mezzi di comunicazione, all’informatica… È bene dire questo perché non si pensi che lottare contro la globalizzazione sia oscurantismo e rigetto del progresso. Insomma, la globalizzazione è appena un ramo abnorme. Papa Francesco dice che bisogna reciderlo e aderire al ramo della mondialità, con coraggio e fiducia, dal basso. Per la verità, il papa non è ricorso alla metafora della pianta, ma ha recitato il rosario di volti sofferenti e di drammi umani ed ecologici; e ha intonato il canto della speranza.

Il papa vuole una Chiesa samaritana che “parla alla società a partire dalla sua opzione preferenziale ed evangelica per gli ultimi”.  Qualcuno dirà che questo papa è comunista; allora lui chiarisce: “L’attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo».

Arnaldo DeVidi

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