intervista di frei Betto

Pezzi della intervista di frei Betto (pezzi sul governo del PT):

 

“IO TEMO CHE LA PRESIDENTE DILMA RINUNCI”, DICE FREI BETTO
(Folha di Sao Paulo, 9 agosto 2015, Ricardo Mendonça)

 

Domanda -Nello scenario attuale, che vede insieme crisi politica e stagnazione economica, denunce di corruzione e bassa popolarità di Dilma, che cosa la preoccupa di più?

Il Brasile sta vivendo un momento di forte insoddisfazione, non solo nei confronti del governo. Insoddisfazione per la mancanza di utopie, di prospettive storiche, di ideologie di liberazione.  Dal 2013 (giugno 2013), quando ci fu quella grande manifestazione atipica, non c’è stato nessun partito, nessuna dirigenza, nessun discorso. E fu una manifestazione enorme, in cui le persone protestavano. C’era la protesta, ma non c’erano proposte. Questo ha attirato molto la mia attenzione. E quando – questo è noto in campo terapeutico – si entra in uno stato di  amarezza e non si vedono soluzioni, vie d’uscita, non si riesce a valutare razionalmente quel che si sta vivendo, non si riescono a vedere cause e prospettive. Tutto resta a livello di emozioni.  Ho detto ad alcuni amici che la mia generazione ha vissuto grandi divergenze politiche durante la dittatura, anche all’interno della sinistra, divisioni profonde. Ma il dibattito era a un livello razionale. Si discuteva di progetti, programmi e prospettive storiche. Oggi, la discussione è emotiva. E’ come una lite dentro una coppia in cui è finito l’amore. E’ come premere l’acceleratore di una macchina finita in un pantano: quanto più si accelera più si affonda nel fango. E stiamo vivendo questo.

D-E il governo?

Il governo, che io considero il migliore della nostra storia repubblicana – i due di Lula e il primo governo Dilma – ha avuto grandi meriti, con l’inclusione economica di 45 milioni di brasiliani; e creato grandi equivoci come la non inclusione politica. Al contrario di quello che ha fatto l’Europa all’inizio del XX secolo, il governo del PT ha favorito l’accesso dell’insieme della popolazione brasiliana a beni personali, quando avrebbe dovuto iniziare con l’accesso ai beni sociali. La metafora che utilizzo è la baracca della favela. Lì dentro la famiglia ha computer, cellulare, elettrodomestici come  cucina a gas, frigorifero, micro-onde, e ai piedi della favela una macchinetta, grazie alla facilità del credito. Ma la famiglia vive nella favela. E non ha fogne, non ha una vera casa, non ha mezzi di trasporto, non ha buona sanità, educazione, sicurezza. Risultato: è stata creata una nazione di consumatori, non di cittadini.
 
D-Perché secondo lei, le cose, sotto il PT si sono sviluppate in questo modo, cioè c’è stata l’opzione per la promozione del consumo e non l’altra?

Perchè il PT ha perso il suo orizzonte storico. L’orizzonte che aveva nei documenti delle origini. Di trasformazione, di realizzazione di riforme rilevanti.

D-Ma in che momento l’ha perso?

Ah, quando è arrivato al potere. E’ stato quando ha scambiato un progetto di Brasile per un progetto di potere. Restare al potere è diventato più importante che realizzare riforme importanti e necessarie per il paese, come la riforma agraria, tributaria, dell’educazione, sanitaria ecc. In 12 anni, l’unica riforma che abbiamo è l’anti-riforma politica di  Eduardo Cunha (attuale presidente della Camera).

D-Perchè il PT non ha fatto queste riforme?

Perchè aveva paura di perdere alleati e non si è saputo assicurare la governabilità dal basso. Ha cercato di assicurarsela dall’alto. Non ha  seguito l’esempio di  Evo Morales (presidente della Bolivia), che oggi ha l’80% di consenso, è il secondo presidente – per consenso – dell’America Latina, dopo il presidente della Repubblica Dominicana. All’inizio  non aveva l’appoggio né del mercato né del Congresso; ha cercato di assicurare la governabilità attraverso i movimenti sociali e oggi ha il consenso di tutti.

D-Il PT ha avuto paura di abbracciare questa strada?

E’ stata una strategia sbagliata per restare al potere. “Facciamo alleanze con chi ha il potere, noi stiamo al governo”. Una cosa è stare al governo e un’altra stare al potere. Questo è andato bene per un po’. Solo che c’è una questione di classe che è radicata nella struttura sociale brasiliana. E improvvisamente i settori conservatori, vedendo che non c’erano proposte, e prospettive storiche  hanno deciso di procedere. É il momento che stiamo vivendo. Anche Lula è diventato vittima ora. Non di un attentato politico. Ma di un attentato terroristico. Questo (una bomba lanciata contro l’Istituto Lula, giorni fa) è un attentato terroristico. Lanciare una bomba su un edificio che ha assunto una simbologia politica è un attentato terroristico. Se fosse successo nella sede del Partito Democratico USA o nell’ufficio di Bill Clinton – un buon paragone – il giorno dopo il mondo intero avrebbe detto: “Bill Clinton ha subito un attentato terroristico”. E’ evidente che la stampa brasiliana non ha voluto dare spazio alla cosa, una certa stampa. Da una parte alcuni sono arrivati a insinuare che lo stesso PT avrebbe preparato questa bomba per cercare di vittimizzare Lula e il partito. Ma la cosa più grave è che non è stato dato lo spazio dovuto alla cosa, forse perché non interessa. Interessa solo che Lula appaia come accusato per il ‘Lava Jato’ (caso Petrobrás) non come vittima di un attentato terroristico.

 D- Ci sono stati anche ex-ministri insultati nei ristoranti …..

Esattamente. Stiamo vivendo un’onda di rabbia. E per mancanza di coscienza politica della nazione, di coscientizzazione. I partiti sono diventati, “partiti in affitto”, la política è diventata mediocre e “Lava Jato” (caso Petrobrás) sta mostrando  come si muove il potere in Brasile tra favori politici  e conquiste economiche.
D-Ho letto recentemente che lei ha avuto una lunga conversazione con Lula…

Sono amico di  Lula e sono amico di  Dilma.

D-Si,  ma ha parlato loro in questi termini?

Certo, allo stesso modo in cui sto parlando ora. Io prendo posizione pubblicamente. Sono stato a parlare con Dilma il 26 novembre, con Leonardo Boff e altri. Le abbiamo consegnato un nostro testo.  Siamo stati lì più di un’ora. Oltre a Dilma c’era Aloisio Mercadante, il capodigabinetto della Presidenza.

D-E come reagiscono a questo tipo di critiche?

Le accettano. Ci hanno ringraziato: “grazie per essere venuti, vediamo se ci possiamo vedere tra sei mesi per parlare di nuovo”.  Ma è tutto qui. E poi fanno tutto in un altro modo. Cosa vuole che faccia? Mi metta a piangere? La conversazione è stata ottima. Dilma ha accettato tutto quello che abbiamo detto, sull’importanza della riforma agraria, dei quilombos, dei popoli indigeni, sul ruolo delle donne, dei programmi sociali, del fatto che non si possono fare tagli in settori come l’educazione e la sanità. E ci rispondevano: “è proprio così, lo sto pensando anch’io…”. Il testo sta là, ce l’ho molto chiaro nella testa.  Io ho un buon rapporto con tutti e due   [Dilma e Lula]. Io parlo liberamente. Loro mi stanno a sentire. Lula anche. A volte dice che la colpa non è sua, la colpa è di non si sa chi, è del partito, è di Dilma, è della congiuntura; e poi dice “ma abbiamo anche fatto…”.

D-L’ex-presidente Lula ha già parlato criticamente dell’allontanamento del PT dai movimenti sociali. Perchè è successo?

Avviene nel momento in cui il PT fa l’opzione della “Lettera al popolo brasiliano”, durante il primo governo Lula. Era una lettera ai banchieri e agli imprenditori.  Era detto chiaramente: “vogliamo assicurare la governabilità attraverso l’elite, non attraverso legami con le nostre origini che sono i movimenti sociali”. E’ allora che viene creato il  Gran Consiglio, al quale sono  invitati leader dei movimenti sociali. Ma sono gli imprenditori che comandano lì dentro. E pian piano i dirigenti (dei movimenti sociali) se ne sono andati. E poi il   Gran Consiglio, che era un consiglio di consultazione  e discussione, è diventato un mero luogo di ascolto e di approvazione degli annunci della Presidenza. E oggi  esiste appena. Ossia, questo dialogo minimo con la società civile ………oggi a malapena esiste. É quello che Dilma dovrebbe fare, creare un Consiglio Politico. Perché non sarebbe una forzatura. E’ previsto nella Costituzione del 1988, è una cosa normale, Lula lo ha fatto. Non come avrebbe dovuto. Avrebbe dovuto essere più democratico, la gente dei movimenti sociali avrebbe dovuto avere più spazio, ma lo ha fatto. Con questa crisi, non serve che Dilma sostenga Temer (vice-presidente). Deve ascoltare la società. Deve uscire dal palazzo, uscire dalla tana.

 

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