PT: SEMPRE NELL’OCCHIO DEL CICLONE MEDIATICO

È un dato innegabile che dopo la rielezione della presidente Dilma nel 2014, hanno fatto irruzione sulla scena politica molta rabbia e perfino odio contro il PT e contro l’attuale governo. Lo attesta un ex ministro del partito di opposizione, del PSDB, Bresser Pereira, con queste pesanti parole: «È in atto un fenomeno che io non avevo mai osservato in Brasile. All’improvviso, ho visto un odio collettivo della classe alta, dei ricchi, contro un partito e una presidente. Non si trattava di preoccupazione o paura. Era odio. Quest’odio proviene dal fatto che esiste per la prima volta un governo, che è di centro sinistra e che si è confermato di sinistra. Ha fatto accordi arrischiati, ma non ha abbandonato il timone. Continua a difendere i poveri contro i ricchi. L’odio proviene dal fatto che il governo ha rivelato una preferenza forte e chiara per i lavoratori e per i poveri» (FSP 01-03-2015).

Quest’odio è stato gonfiato fortemente dalla stampa commerciale di Rio e di San Paolo, da un canale di TV a diffusione nazionale e specialmente da una rivista settimanale che non è solita brillare per morale giornalistica e, non raramente, lavora direttamente a falsificare notizie e a mentire. Questo odio ha permeato i mezzi di comunicazione sociale e ha raggiunto perfino la strada. Tale atmosfera avvelena pericolosamente i rapporti sociali al punto che già si odono voci che invocano il ritorno dei militari, per un colpo di Stato o per un impeachment.

Tale fatto va denunciato perché sia chiara la bassa intensità del tipo di democrazia che abbiamo. Soprattutto va interpretato. Non piangere né ridere, ma tentare di capire. Forse le parole dell’ex presidente Lula possono chiarire la situazione:

«Loro (le classi dirigenti conservatrici) non riescono a tollerare il fatto che, in 12 anni, un presidente che ha soltanto il diploma di scuola media è riuscito ad aprire l’università a più studenti che loro in un secolo. Che questo presidente ha messo nelle scuole tecniche un numero di studenti tre volte mezzo più grande che loro in 100 anni. Che ha portato l’energia elettrica gratuita a 15 milioni di persone. Che non ha permesso di privatizzare la Banca del Brasile, la Banca Economica Federale, la Banca dello Espirito Santo, di Santa Catarina e del Piauì. Che negli ultimi 12 anni ha aperto le banche a oltre 70 milioni di persone, a gente che entrava in un’agenzia bancaria per la prima volta in vita, per un motivo che non fosse pagare una bolletta.

Penso che tutto questo spiega l’odio e la menzogna di queste persone. Che anche i poveri viaggino in aereo comincia a infastidire; che frequentino una facoltà comincia a turbare; tutto quello che è conquista sociale dà noia a un’élite perversa». (Discorso al sindacato dei bancari dell’ABC, del giorno 24 luglio 2015: Jornal do Brasil (JB) on line, 25 luglio 2015.

Posso immaginare l’enorme difficoltà delle classi proprietarie con il loro poderosi mezzi di comunicazione ad accettare la profonda trasformazione nata nel paese con l’avvento del PT, venuto dal basso, dal seno di coloro che sempre sono stati ai margini e ai quali si sono negati diritti e piena cittadinanza. Come ha scritto sul giustamente economista Ladislau Dowbor della PUC di São Paulo:

«Loro vogliono il ritorno al passato, farla finita con le politiche pubbliche, vogliono bloccare l’ascesa della piramide, cosa che li spaventa». E aggiunge: «La macchina amministrativa ereditata era stata studiata per amministrare privilegi, non per prestare servizi. E i privilegiati la rivogliono indietro» (Carta Maior 2015).

Effettivamente quello che è avvenuto non è stato un semplice scambio di potere ma il costituirsi di un’altra base di potere, quello popolare repubblicano, che ha dato centralità al sociale, facendo sì che lo Stato, bene o male, prestasse servizi pubblici, a favore di circa di 40 milioni di persone, fatto di una magnitudine storica.

Per capire il fenomeno dell’odio sociale ci vengono incontro analisti della violenza nella storia. Mi riferisco specialmente ai pensatore francese René Girard (*1923) che sta nel numero dei migliori.

Secondo lui, quando nella società si acutizzano i conflitti, l’oppositore principale riesce a convincere gli altri che la colpa è di tale o tale persona o partito. Tutti allora si rivoltano contro di lui, facendone un capro espiatorio sul quale collocano tutta la colpa e le corruzioni (cf.Le bouc émissaire, 1982). Così sviano l’attenzione dalle proprie corruzioni e, soddisfatti, continuano con la loro logica pure corrotta.

Oppure si può attribuire agli accusatori quello che il grande giurista e politologo tedesco Karl Schmitt (+ 1986) la applicava a un intero popolo. Questo per “garantire una identità deve a identificare un nemico e squalificandolo con tutto il tipo di preconcetti e diffamazioni”. (cf. O conceito do político, 2003). Ora, questo processo fatto o sistematicamente contro il PT, un vero teppismo collettivo. Con questo si cerca di invalidare le conquiste popolari raggiunte e ricondurre al potere quelli che storicamente sempre stigmatizzavano il popolo come caboclos ignoranti o scarti sociali, e avevano occupato gli apparecchi dello Stato per poterne usufruire

Distorce la mia intenzione chi pensasse con quello che ho scritto sopra che io sto difendendo quelli del PT che si sono corrotti. Devono essere giudicati e condannati e infine espulsi dal partito.

L’avanzare del popolo attraverso il PT è troppo prezioso perché sia annullato. Le conquiste devono continuare e consolidarsi. Per questo è urgente smascherare gli interessi antipopolari, frenare l’avanzata dei conservatori che non rispettano la democrazia e che desiderano il ritorno al potere con qualche tipo di colpo di Stato.

*Leonardo Boff, ecologo, teologo e filosofo

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

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