LA TEOLOGIA DELLA DISUGUAGLIANZA

di manifesto4ottobre

José M. Castillo

Una teologia della disuguaglianza, mai definita ma chiaramente applicata, si trova ben formulata nel vigente Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica. Nel Codice, come sappiamo, le donne non sono uguali nei diritti agli uomini, né i laici sono uguali ai chierici. Né i presbiteri hanno gli stessi diritti dei vescovi. Né i vescovi sono uguali ai cardinali. E si badi che non parlo dei poteri che riguardano chi governa, ma piuttosto i diritti che sono propri delle persone.

So bene che tutto ciò necessiterebbe una serie di precisazioni giuridiche e teologiche che qui non ho spazio per spiegare. Per quel che con questa riflessione intendo indicare, valga quanto detto come mera introduzione della disuguaglianza nella Chiesa.

Come punto di partenza, non dimentichiamo che la religione é generalmente accattata come un sistema di ranghi, che implicano dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili (W. Burkert). Superiori che si rendono visibili in gerarchie che fanno compiere rituali di sottomissione, secondo le diverse religioni e le loro corrispondenti strutture.
Nel caso della Chiesa, durante i tre primi secoli, le originarie comunità evangeliche presero una deriva verso un “sistema di dominazione”, con le conseguente disuguaglianza, che ogni sistema di dominazione produce, e che rimase stabilito nella Tarda Antichità (j. Fernandez Ubins ed.) Questo sistema, come é be’ noto, raggiunse il culmine della sua forza nella sua espressione massima, la ‘potestà piena’ (ss. XI al XIII)

Un potere che si esercita secondo la normativa del Diritto Romano (Peter G. Stein), che non riconobbe la uguaglianza “in dignità e diritti” di donne, schiavi e stranieri.
Come é logico, questo sistema, basato non già sulla “differenza”, ma piuttosto sulla “disuguaglianza”, soffrì il colpo più duro, che poteva sopportare, nelle idee e nelle leggi che produsse l’Illuminismo, concretamente nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dalla Assemblea Francese, nel 1778. Un documento che fu denunciato e rifiutato dal papa Pio VI.

Questo fu il punto di partenza del duro confronto tra la Chiesa e la cultura della Modernità. Un confronto che si prolungò durante più di un secolo e mezzo, fin dopo la seconda guerra mondiale.

Naturalmente questa legislazione e questo modo di intendere la presenza della Chiesa nella società doveva giustificarsi a partire da una determinata teologia. La teologia della disuguaglianza, che il Papa Leone XIII raccolse da una tradizione di secoli, per rigettare gli insegnamenti dei socialisti, che, a giudizi di quel Papa “non smettevano … di insegnare che tutti gli uomini sono tra loro uguali per natura”. (Enc. Quod Apostolici ASS XI, 1878, 372)
Quando in realtà, per Leone XIII, “La disuguaglianza, nei diritti e nei poteri, emana dello stesso Autore della natura”. E deve essere così, “perché la ragion d’essere della obbedienza risulti facile, ferma e la più nobile.” (ASS XI, 372).

Così il papato da quei tempi pretese di applicare alla società civile il principio determinante del sistema ecclesiastico, che rimase formulato dal Papa Pio X, nel 1906 : “Nella sola gerarchia risiedono il diritto e l’autorità necessaria per promuovere e dirigere tutti i membri verso il fine della società. In quanto alla moltitudine, non ha altro diritto che quello di lasciarsi condurre e, docilmente, di seguire i suoi pastori”. (Enc. Vehementer Nos, II-II Ass. 39 (1906) 8-9).

La teologia della disuguaglianza rimase ben formulata, come una teoria ed una pratica che, in altre parole, già erano state formulate da Gregorio VII (s. XI) e rafforzate da Innocenzio III (ss. XII-XIII). Uno dei componenti determinanti della cultura é la religione. Per questo, in una cultura come quella prodottasi in Occidente durante tanti secoli, la teologia della disuguaglianza ha marcato la mentalità , il Diritto, la politica, i costumi e le convinzioni, della cultura occidentale , molto più di quel che di certo immaginiamo.
Il contrasto con questa teologia sta nel Vangelo. Gesù volle, a tutti i costi, la uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli essere umani. Per questo si pose dalla parte dei più deboli, dei più disprezzati, dei più emarginati. Ciò premesso, io mi domando perché c’é tanta gente della religione – o molto religiosa – che non dissimula il suo rifiuto fino alla sua opposizione a Papa Francesco. E ancor più, io mi domando anche se il profondo malessere, fino alla indignazione, che si sta vivendo proprio ora in Spagna, non avrà qualcosa (o molto) a che fare con la teologia della disuguaglianza ed i suoi difensori, i chierici di alto rango.

E di più, io oso chiedere se la Spagna sia preparata in questo momento, a sopportare un cambiamento tanto radicale, nelle nostre leggi, giudici e procuratori, che non debbano essere i “ladri di polli”, ma piuttosto i più alti dirigenti della politica e della economia coloro che debbano iniziare a tremare.

É o no importante la teologia della disuguaglianza? In ogni caso, io non ho soluzioni. Né questo é il compito della mia vita. Mi limito a porre domande, che ci obblighino tutti a pensare.

nostra traduzione da http://blogs.periodistadigital.com/teologia-sin-censura.php/2017/02/24/teologia-de-la-desigualdad

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