Archivi categoria: chiesa cattolica

Don Erio e gli ex preti

PRETI EX E VESCOVO DI MODENA CASTELLUCCI

(Art. di Beppe Manni Gazzetta 24 aprile 2017: “don Erio e gli ex preti“)

Scheda Nella chiesa cattolica i preti (diocesani e religiosi) sono 416.OOO. In Italia sono circa 50.000. Nella diocesi di Modena 193 tra i quali 12 religiosi e 17 di altre diocesi e nazioni come polacchi, africani ecc. In tutta la chiesa circa 100.000 hanno smesso di fare i preti negli ultimi 50 anni; in Italia circa 8.000. Ogni anno 40 preti chiedono la “dispensa”. A Modena sono una ventina “viventi”. Negli ultimi 40 anni sono stati circa 40 (e altri sei se allarghiamo il conto alla diocesi di Carpi). Il “circa” è d’obbligo in quanto non è mai stato ‘pubblicato’ il numero dei presbiteri che hanno chiesto la dispensa. I motivi ufficiali di questa scelta secondo la chiesa sono: “Instabilità affettiva; immaturità, conflitti con il vescovo o con l’istituzione; perdita della fede; depressione”. I motivi reali sono per la quasi totalità, la scelta di sposarsi maturata anche in un contesto di solitudine affettiva, sollecitata dalla crisi del ruolo del prete oggi. La grande maggioranza di questi preti era preparata e ben inserita nelle realtà parrocchiali. Erano chiamati ‘spretati’ poi ex preti; preti ridotti allo stato laicale o che hanno ottenuto la dispensa. Per molti oggi sono i “preti sposati”. O sacerdoti che hanno abbandonato: in verità è la chiesa che ha allontanato dei sacerdoti che non sottostavano alla legge del celibato. Da molti anni da parte delle chiese specialmente brasiliane africane e nord europee, si chiede di prendere in considerazione una nuova figura del prete: celibe o sposato, uomo o donna.
L’incontro con il Vescovo Sabato 22 aprile alle ore 12 il Vescovo di Modena don Erio castellucci ha incontrato un gruppo di otto ex preti modenesi nella sua casa in arcivescovado. Ecco la lettera di invito: “Cari amici, alcune settimane fa uno di voi mi ha accennato all’ipotesi di un incontro semplice e conviviale con coloro che, un tempo presbiteri modenesi, hanno poi lasciato il ministero e hanno compiuto altre scelte, il più delle volte sposandosi e continuando a servire la Chiesa e il Vangelo con dedizione e competenza. Ho subito pensato che questa fosse una buona idea e la rivolgo a voi. Vi invito – chi può e chi vuole – ad un momento di scambio seguito dal pranzo in arcivescovado, presso la famiglia che abita con me, sabato 22 aprile. Potremmo trovarci a mezzogiorno e parlarci con semplicità e senza fretta durante il pranzo. Non ho particolare argomenti da proporre: mi piacerebbe che ci ascoltassimo a vicenda e condividessimo le esperienze vissute. Credo che possa essere di reciproco arricchimento. Vi saluto e spero di potervi incontrare nell’occasione. Don Erio Castellucci”. Le lettere di invito sono state 17, ma per motivi vari i presenti all’incontro conviviale con il vescovo erano otto. Don Erio ha chiesto ai presenti di raccontare la propria esperienza. Il prete ex più anziano era stato ordinato nel 1952 il più giovane nel 1987. Hanno esercitato il ministero sacerdotale per 5, 10, 20 anni e più, in contesti diversi. Tutti hanno trovato una certa difficoltà ad abbandonare il loro ruolo di prete e ad inserirsi come laici nella realtà sociale e lavorativa. Si sono progressivamente liberati del ruolo di prete e hanno costruito una nuova identità laica, più autentica. Hanno scoperto una fede più vera e personale, e la bellezza di stare con ‘amore’ in mezzo alla gente che conosceva e apprezzava le scelte compiute. E’ stato un arricchimento personale profondo e proficuo. Serenità che nasce dalla maturità affettiva e religiosa, anche grazie all’esperienza di vivere una famiglia e un’attività professionale. Molti hanno raccontato di essersi inseriti nelle realtà parrocchiali e diocesana, come catechisti, formatori, organizzatori o consiglieri dei parroci. O come insegnanti di religione nelle scuole. O come operatori culturali nella città. Oppure hanno trovato un ruolo in una Comunità di Base. La maggiore disponibilità di tempo e la nuova esperienza, hanno permesso di approfondire gli studi biblici e teologici con nuove prospettive e libertà. Non sembravano interessati a riprendere un ruolo “clericale”. Hanno lamentato il disinteresse ufficiale della gerarchia e della chiesa. Hanno riconosciuto l’eccezionalità dell’invito del vescovo che non voleva avvicinare “il figliol prodigo” ma era dettato dal desiderio di ascoltare. Don Erio infatti ha molto ascoltato. Ha detto che le porte si stanno aprendo anche grazie alla presenza di questo Papa che pur senza cambiare per ora le antiche regole ha aperto delle finestre. La chiesa cattolica di Oriente prevede i preti sposati e già dal tempo di Voitila sono stati accolti preti anglicani sposati “convertiti al cattolicesimo”. “Oggi, dice il vescovo, in diocesi ci sono 243 parrocchie e per molte di queste non possiamo garantire un prete. Anche se molti preti stranieri chiedono di venire a lavorare da noi, preferisco attraverso la ristrutturazion delle aree pastorali, coinvolgere non solo i preti ma anche i laici per una più diretta gestione delle comunità, per declericalizzare sempre di più le parrocchie e superare la divisione tra sacro (il prete) e il profano (il laico). E’ importante non solo assicurare una messa per le comunità ma la presenza pastorale e l’evangelizzazione. Una famiglia presente nella canonica potrebbe diventare un importante punto di riferimento per tutta la comunità. Vi chiedo di aiutarmi a capire di più la realtà diocesana attraverso il vostro punto di vista arricchiti dalla vostra esperienza di confine. Possiamo incontrarci ogni tanto per sviluppare alcuni aspetti della pastorale. Un primo appuntamento potremmo organizzarlo prima della fine dell’estate per confrontarci sulla “parrocchia” che è l’oggetto del prossimo anno pastorale: vi manderò una traccia su cui discutere”
Osservazioni conclusive Anche se le presenze all’incontro conviviale dei ‘preti emeriti’, come li chiama il vescovo, erano ridotte rispecchiavano la situazione generale degli ex preti almeno italiani. E’ importante l’iniziativa di don Erio in quanto ufficializza l’esistenza di questa realtà dimenticata e tenuta in una zona d’ombra per tanti anni, e riconosce l’opera passata e presente di questi preti che per molti anni hanno lavorato nelle parrocchie e ancora oggi sono una risorsa preziosa per la loro preparazione spirituale, teologica e pastorale. In verità è passato molto tempo e ognuno ha trovato un suo nuovo ruolo all’interno della società e della chiesa. L’accoglienza e la stima della gente nei confronti degli ex, lascia intendere che i tempi sono ormai maturi per cambiare la tradizionale figura del prete
Commento del Vescovo “L’incontro di sabato con un gruppo di persone che hanno svolto il ministero presbiterale e poi lo hanno lasciato è stato per me particolarmente ricco; il clima era molto costruttivo, le riflessioni erano filtrate da esperienze a tratti dolorose ma sempre vissute con autenticità; i presenti hanno detto che spesso il loro vescovo ha saputo accogliere e accompagnare la decisione di sospendere il ministero. In alcuni casi, però la decisione ha creato imbarazzo e ha generato un certo isolamento rispetto agli altri preti. Io credo che sia importante ascoltare coloro che hanno speso anni di vita nel ministero e che ora li spendono nella vita laicale, perché possono offrire a tutta la comunità la testimonianza di come il Signore sostenga e accompagni anche nei “fallimenti” e aiuti a mettere a frutto in altro modo i doni di ciascuno”. (Beppe Manni)

LA TEOLOGIA DELLA DISUGUAGLIANZA

di manifesto4ottobre

José M. Castillo

Una teologia della disuguaglianza, mai definita ma chiaramente applicata, si trova ben formulata nel vigente Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica. Nel Codice, come sappiamo, le donne non sono uguali nei diritti agli uomini, né i laici sono uguali ai chierici. Né i presbiteri hanno gli stessi diritti dei vescovi. Né i vescovi sono uguali ai cardinali. E si badi che non parlo dei poteri che riguardano chi governa, ma piuttosto i diritti che sono propri delle persone.

So bene che tutto ciò necessiterebbe una serie di precisazioni giuridiche e teologiche che qui non ho spazio per spiegare. Per quel che con questa riflessione intendo indicare, valga quanto detto come mera introduzione della disuguaglianza nella Chiesa.

Come punto di partenza, non dimentichiamo che la religione é generalmente accattata come un sistema di ranghi, che implicano dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili (W. Burkert). Superiori che si rendono visibili in gerarchie che fanno compiere rituali di sottomissione, secondo le diverse religioni e le loro corrispondenti strutture.
Nel caso della Chiesa, durante i tre primi secoli, le originarie comunità evangeliche presero una deriva verso un “sistema di dominazione”, con le conseguente disuguaglianza, che ogni sistema di dominazione produce, e che rimase stabilito nella Tarda Antichità (j. Fernandez Ubins ed.) Questo sistema, come é be’ noto, raggiunse il culmine della sua forza nella sua espressione massima, la ‘potestà piena’ (ss. XI al XIII)

Un potere che si esercita secondo la normativa del Diritto Romano (Peter G. Stein), che non riconobbe la uguaglianza “in dignità e diritti” di donne, schiavi e stranieri.
Come é logico, questo sistema, basato non già sulla “differenza”, ma piuttosto sulla “disuguaglianza”, soffrì il colpo più duro, che poteva sopportare, nelle idee e nelle leggi che produsse l’Illuminismo, concretamente nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dalla Assemblea Francese, nel 1778. Un documento che fu denunciato e rifiutato dal papa Pio VI.

Questo fu il punto di partenza del duro confronto tra la Chiesa e la cultura della Modernità. Un confronto che si prolungò durante più di un secolo e mezzo, fin dopo la seconda guerra mondiale.

Naturalmente questa legislazione e questo modo di intendere la presenza della Chiesa nella società doveva giustificarsi a partire da una determinata teologia. La teologia della disuguaglianza, che il Papa Leone XIII raccolse da una tradizione di secoli, per rigettare gli insegnamenti dei socialisti, che, a giudizi di quel Papa “non smettevano … di insegnare che tutti gli uomini sono tra loro uguali per natura”. (Enc. Quod Apostolici ASS XI, 1878, 372)
Quando in realtà, per Leone XIII, “La disuguaglianza, nei diritti e nei poteri, emana dello stesso Autore della natura”. E deve essere così, “perché la ragion d’essere della obbedienza risulti facile, ferma e la più nobile.” (ASS XI, 372).

Così il papato da quei tempi pretese di applicare alla società civile il principio determinante del sistema ecclesiastico, che rimase formulato dal Papa Pio X, nel 1906 : “Nella sola gerarchia risiedono il diritto e l’autorità necessaria per promuovere e dirigere tutti i membri verso il fine della società. In quanto alla moltitudine, non ha altro diritto che quello di lasciarsi condurre e, docilmente, di seguire i suoi pastori”. (Enc. Vehementer Nos, II-II Ass. 39 (1906) 8-9).

La teologia della disuguaglianza rimase ben formulata, come una teoria ed una pratica che, in altre parole, già erano state formulate da Gregorio VII (s. XI) e rafforzate da Innocenzio III (ss. XII-XIII). Uno dei componenti determinanti della cultura é la religione. Per questo, in una cultura come quella prodottasi in Occidente durante tanti secoli, la teologia della disuguaglianza ha marcato la mentalità , il Diritto, la politica, i costumi e le convinzioni, della cultura occidentale , molto più di quel che di certo immaginiamo.
Il contrasto con questa teologia sta nel Vangelo. Gesù volle, a tutti i costi, la uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli essere umani. Per questo si pose dalla parte dei più deboli, dei più disprezzati, dei più emarginati. Ciò premesso, io mi domando perché c’é tanta gente della religione – o molto religiosa – che non dissimula il suo rifiuto fino alla sua opposizione a Papa Francesco. E ancor più, io mi domando anche se il profondo malessere, fino alla indignazione, che si sta vivendo proprio ora in Spagna, non avrà qualcosa (o molto) a che fare con la teologia della disuguaglianza ed i suoi difensori, i chierici di alto rango.

E di più, io oso chiedere se la Spagna sia preparata in questo momento, a sopportare un cambiamento tanto radicale, nelle nostre leggi, giudici e procuratori, che non debbano essere i “ladri di polli”, ma piuttosto i più alti dirigenti della politica e della economia coloro che debbano iniziare a tremare.

É o no importante la teologia della disuguaglianza? In ogni caso, io non ho soluzioni. Né questo é il compito della mia vita. Mi limito a porre domande, che ci obblighino tutti a pensare.

nostra traduzione da http://blogs.periodistadigital.com/teologia-sin-censura.php/2017/02/24/teologia-de-la-desigualdad

Lettera del Vescovo alla città di Modena

Una promessa a tre voci
I valori comuni della Costituzione italiana

Mio padre Aurelio era un cantoniere comunale, iscritto fin da giovane al Partito Socialista Italiano. Morì nel 1976 per una crisi cardiaca in seguito ad un’asma cronica che lo aveva fortemente debilitato negli ultimi anni di vita. Non l’ho praticamente mai visto a Messa, se non in qualche rara occasione; però mi accompagnava con l’auto in Chiesa ogni volta che glielo chiedevo e non mi ha mai ostacolato nella partecipazione alla vita parrocchiale. Aveva un carattere molto mite, ma non debole: lo ricordo sempre calmo e nello stesso tempo deciso nel sostenere le proprie idee. Quando morì, a 58 anni, io non ne avevo ancora 16.

Nel corso del 2017 sarà ricordato, tra gli altri anniversari, il settantesimo della Costituzione italiana, firmata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore quattro giorni dopo. Ogni volta che incrocio la nostra Costituzione, il pensiero ritorna a mio padre; non perché ne fosse un esperto: credo che non l’abbia neppure mai letta e forse – avendo ottenuto solo un diploma di terza elementare – non ne avrebbe compreso molti passaggi. Mi viene in mente lui per altri motivi.

Prima di tutto perché si sentiva ed era un “cittadino” leale e partecipe, come la Costituzione lo disegna, e non un “suddito”, come recitava lo Statuto Albertino. La sua passione politica, oltre che nei discorsi domestici, si esprimeva nella devozione con la quale seguiva, dalla metà degli anni Sessanta, tutte le trasmissioni di Tribuna politica e Tribuna elettorale. E siccome in casa c’era solo un televisore, la passione di mio padre finì poco alla volta per contagiarmi. Così mi divennero familiari i volti e le voci di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Ugo La Malfa e soprattutto dei socialisti Pietro Nenni e Francesco de Martino. Erano interventi e dibattiti a volte ardui per un adolescente, ma – così li percepivo – molto elevati e documentati, dai toni aspri, ma non arroganti. Spesso il discorso dei politici cadeva sulla Costituzione repubblicana, che del resto a scuola in quegli anni si leggeva e commentava nell’ora di “educazione civica”. Di solito non rimpiango i tempi che furono, ma in questo caso confesso qualche nostalgia per un confronto tra partiti più argomentato, meno aggressivo e più rispettoso delle persone, pur nella contrapposizione delle idee.

In secondo luogo, mio padre era tra coloro che avevano “fatto” la Costituzione, senza appartenere al numero dei costituenti, Nato nel 1918, durante la guerra era stato militare per oltre tre anni in Grecia e Jugoslavia. La nostra Costituzione ha alle spalle la seconda guerra mondiale e la Resistenza. I 55 milioni di morti, esito del coinvolgimento diretto o indiretto di oltre 50 Stati del mondo, sono il segno non solo della pazzia dei dittatori e delle loro ideologie, ma anche di quella inspiegabile “follia” collettiva che è la guerra. La Resistenza nell’Italia del Nord, pur con le sue contraddizioni, diede corpo al desiderio di libertà e di giustizia della nostra popolazione. L’immediato dopoguerra fu segnato dalla distruzione materiale, ma anche dal desiderio di ricostruire una convivenza pacifica e democratica, nel rifiuto della dittatura fascista che aveva portato l’Italia al disastro con la complicità della monarchia. Il 13 giugno 1946, in seguito al risultato del referendum istituzionale del 2 giugno precedente in cui vinse la repubblica, il re Umberto II lasciò l’Italia. I costituenti, interpretando il sentire della grande maggioranza degli italiani, furono concordi nel voltare pagina rispetto al fascismo e alla monarchia e nell’adottare quindi un’ottica democratica e repubblicana.

Infine la Costituzione mi ricorda mio padre per il carattere conciliante. Il testo porta la firma di tre autorità: il capo dello Stato Enrico De Nicola, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e il presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini. Non erano solamente tre personaggi di grande spessore istituzionale, ma erano anche i rappresentanti di tre culture nella nostra Carta: liberale, cattolica e social-comunista. Il miracolo della Costituzione italiana è stata proprio la fusione – tra tante discussioni e resistenze – di queste tre visioni di vita del popolo italiano. La tradizione liberale puntò sull’affermazione delle libertà individuali e sui diritti che lo Stato deve riconoscere a ciascun cittadino; la tradizione social-comunista, più sensibile ai diritti della collettività, sostenne i doveri dei singoli e la giustizia basata sull’uguaglianza dei cittadini; la tradizione cattolica, facendo leva sul concetto di “persona” cercò una mediazione tra i diritti individuali e i doveri verso lo Stato, ponendo l’attenzione anche alle formazioni sociali intermedie. Ne risultò una base comune sulla quale costruire la convivenza civile; la nostra Costituzione è un “compromesso” alto, secondo il significato etimologico della parola: ossia una “promessa comune”, un impegno assunto insieme per il bene della società.

I costituenti cattolici si erano formati alla scuola del “personalismo” di origine francese, che attraverso Maritain e Mounier aveva recuperato il concetto di “persona”, elaborato dalla teologia cristiana, come idea che compone le due istanze della libertà e della giustizia. La persona, infatti, è prima di tutto individuo, cioè ha una dignità intrinseca, che non può essere assorbita né tantomeno cancellata da nessuno Stato; però non è un’isola, ma è un’esistenza intrecciata con le altre, è essenzialmente relazione, e quindi non ha solo dei diritti individuali ma ha pure dei doveri sociali, perché anche gli altri possano vedere riconosciuti i loro diritti. “Persona”, dunque, indica l’individuo in relazione, a partire dai rapporti primari, che sono quelle familiari e dei gruppi sociali. L’art. 2 della Costituzione mette in equilibrio queste tre forze: lo Stato, il singolo e le comunità intermedie:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Nella prima fase della preparazione del testo costituzionale, Giuseppe Dossetti – che da pochi anni insegnava Diritto canonico ed ecclesiastico all’Università di Modena – era intervenuto con un discorso molto importante, in cui tra l’altro, parlando a nome della sottocommissione alla quale apparteneva, si diceva convinto che:

la sola impostazione veramente conforme alle esigenze storiche, cui il nuovo statuto dell’Italia democratica deve soddisfare, è quella che: a) riconosca la precedenza sostanziale della persona umana (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato, e la destinazione di questo a servizio di quella; b) riconosca ad un tempo la necessaria socialità di tutte le persone, le quali sono destinate a completarsi e perfezionarsi a vicenda mediante una reciproca solidarietà economica e spirituale: anzitutto in varie comunità intermedie disposte secondo una naturale gradualità (comunità familiari, territoriali, professionali, religiose, etc.) e, quindi, per tutto ciò in cui quelle comunità non bastino, nello Stato; c) perciò si affermi l’esistenza sia dei diritti fondamentali delle persone, sia dei diritti delle comunità anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato. [1]

Dossetti dunque accennava alle comunità intermedie tra il singolo e lo Stato, care soprattutto ai cattolici, e citava come esempio quelle familiari, territoriali, professionali e religiose, terminando con “eccetera”. La Costituzione poi ne menzionerà una decina. Sui soggetti sociali i costituenti cattolici hanno offerto grandi contributi ed hanno saputo attrarre l’interesse e le riflessioni anche delle altre parti, sia sul versante liberale sia su quello social-comunista: la famiglia (art. 29), la Chiesa cattolica (art. 7) e le altre confessioni religiose (art. 8), le “libere associazioni” (art. 18), i sindacati (art. 39), le “comunità di lavoratori o di utenti” (art, 43), le cooperative (art. 45), i partiti politici (art. 49), gli enti locali (Titolo V).

Il “compromesso” alto raggiunto dalle tre culture trova una delle espressioni più riuscite nell’art. 3, che integra in maniera calibrata i principi della dignità personale, dell’uguaglianza tra i cittadini e della sussidiarietà dello Stato, il cui compito è di rimuovere gli ostacoli al pieno riconoscimento della dignità e uguaglianza:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

I costituenti di ogni orientamento concordarono, anche decenni dopo l’entrata in vigore del testo, sulla impossibilità di cambiarne i principi di fondo, come si può leggere ad esempio negli scritti di Piero Calamandrei,[2] Umberto Terracini [3] e Giuseppe Dossetti.[4] Tanti fatti e avvenimenti nuovi sono intervenuti in questi settant’anni, alcuni dei quali hanno determinato revisioni e integrazioni, senza toccare i grandi valori comuni: cambiamenti radicali della società italiana, che oggi non è certamente riconducibile alle sole culture dell’epoca; l’avvento dell’Europa, finora più avvertito sul piano economico che su quello culturale e spirituale; il fenomeno migratorio, che i costituenti trattarono avendo davanti la situazione degli emigrati italiani all’estero (cf. art. 35) e non ovviamente i grandi flussi immigratori odierni; e tanti altri aspetti emersi solo in seguito, primo tra tutti la grande e perdurante crisi economica, che trasforma purtroppo in una chimera l’inizio stesso della Costituzione, quando definisce con tutte le ragioni l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”. Ma una cosa resta certa: l’ispirazione di fondo della nostra Costituzione, ossia la centralità della persona umana intesa come essere in relazione, è un principio che non può essere abbandonato, perché fa parte della nostra civiltà ed è frutto del sacrificio di milioni di italiani.

La nostra Chiesa diocesana, con le sue risorse e i suoi limiti, continuerà a dare un contributo leale sui campi che le sono propri, intrecciando l’attività educativa e assistenziale in favore della persona e della sua dignità all’impegno intenso ed efficace delle istituzioni civili – in primo luogo i Comuni e la Prefettura – e di quelle militari, delle forze dell’ordine, di sicurezza e vigilanza, delle istituzioni culturali e accademiche, delle organizzazioni sociali, cooperative, commerciali e imprenditoriali. In questo primo anno e mezzo di ministero a Modena-Nonantola ho potuto incontrare molte di queste realtà e ne ho ammirato la creatività, apprezzandone l’attenzione, la disponibilità e la collaborazione: il desiderio cioè di un “compromesso” alto nello spirito della nostra Costituzione. Continuando a convergere sui suoi valori fondamentali, troveremo insieme i modi più adeguati per affrontare con coraggio e determinazione le grandi sfide della nostra epoca; facendo leva sulle comunità intermedie, potremo realizzare un’accoglienza dignitosa e un’inclusione rispettosa degli immigrati, la promozione del lavoro e dell’impresa, l’effettiva parità tra l’uomo e la donna, la crescita della passione civile per il bene comune nelle giovani generazioni, troppo spesso lontane dalla politica attiva. Nella diversità dei compiti e delle competenze, spero che questo spirito – accompagnato dalla passione politica nel senso più nobile dell’espressione – si diffonda sempre di più nella città e nella diocesi.

Modena 31 Gennaio 2017

 

[1] Discorso del 9 settembre 1946, in La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente, Camera dei Deputati – Segretariato Generale, Roma 1970, vol. VI, pp. 323-324.

[2] P. Calamandrei, Discorso sulla Costituzione e altri scritti, La Scuola di Pitagora, Napoli 2011. Il testo riporta il famoso Discorso che egli tenne il 26 gennaio 1955 a Milano.

[3] U. Terracini, Come nacque la Costituzione. Intervista di Pasquale Balsamo, Editori Riuniti, Roma 1997, specialmente alle pp. 82-85. L’intervista è del 1977.

[4] G. Dossetti, I valori della Costituzione, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2010, soprattutto alle pp. 49-50, 68-70 e 97-119.

Aborto. Chi sei tu per giudicare

Beppe Manni

(Pubblicato nella Gazzetta di Modena il 4 dicembre 2016)

Il Papa al n 12 dell’enciclica “Misericordia et Misera” in 22 capitoletti tratta di misericordia, accoglienza, perdono. Solo al n.12 e per 8 righe parla della facoltà concessa a tutti i preti di assolvere il peccato dell’aborto. Purtroppo i giornali e le TV hanno parlato solo di questa nuova “apertura” del Papa ma non del testo molto bello dell’Enciclica. E tanto meno del delicato problema dell’interruzione della gravidanza. L’aborto” era infatti un peccato riservato ai vescovi e legato alla scomunica. Insieme ad altri quattro ritenuti particolarmente gravi: violazione del segreto confessionale; violenza contro il papa; dissacrazione delle ostie; violazione del voto di castità. Per quello che riguarda l’aborto per molti secoli si è riflettuto sull’origine della vita e sull’importanza del feto con pareri spesso discordanti. La legge 194 del 1978 parla di procreazione consapevole e responsabile…di interruzione volontaria della gravidanza”. Ancora oggi non tutti, anche tra i cristiani, condividono le definizioni di “delitto, uccisione di un innocente, soppressione di un essere indifeso ecc”.

La materia è complessa e le parole di perdono del Papa lasciano intravvedere perplessità e prudenza. E’ forse questo il peccato peggiore da far decidere al codice di diritto canonico un particolare intervento del vescovo per dare l’assoluzione? E il venditore di armi, e il soldato mercenario pagato per uccidere? E il banchiere che affama e uccide migliaia di bambini? E l’inquinatore e avvelenatore? E il mafioso? Questi sono peccati minori? E poi vorrei chiedere alle centinaia di donne che interrompano la gravidanza se si sentono in peccato o solo turbate. Mi sembra che poche e pochi siano interessati all’assoluzione dei preti. Le persone mature fanno le loro scelte sofferte in coscienza e se credono in Dio a lui fanno riferimento. Sappiamo che il numero dei medici obiettori di coscienza sta crescendo (c’è chi dice per fare carriera all’interno delle cliniche private), rendendo vana una legge statale. Si colpevolizzano le donne e si crea un ulteriore disagio morale per una scelta personale e comunque dolorosa. E’ una sorta di femminicidio rovesciato: sembra che i maschi (tra questi i “clerici”) non riescano a comprendere pienamente le tragedie, le ferite e le angosce di donne violentate, ignoranti e sprovvedute. E a rispettare le scelte autonome delle donne stesse che scelgono consapevolmente.

Nel XII secolo quando fu introdotta ufficialmente la confessione auricolare (a tu per tu con il prete in confessionale, con assoluzione e penitenza) fu scritto un sacramentario, cioè una specie di vademecum per preti per quantificare le penitenze in base alla gravità del peccato. Ora ai primi posti c’era l’omicidio, l’adulterio, la truffa, lo spergiuro. Anche se sappiamo che la chiesa primitiva condannava l’infanticidio, solo al 27 posto dell’elenco appariva la soppressione del neonato. Sembra che in tempi in cui la donna era sfruttata come fattrice di molti figli, la madre quando non poteva mantenerli e prevedeva per loro una vita d’inferno, appena nati molti bambini e bambine venivano soppressi. La chiesa misericordiosa” e sapiente che viveva tra la gente, aveva compreso.

FRANCESCO UN PATRONO CHE L’ITALIA NON MERITA

(pubblicato sulla gazzetta di Modena il 9 ottobre 2016)

Dal 1939 San Francesco è patrono di Italia. Il 4 ottobre si stava addirittura a casa da scuola.

Tutti amano Francesco perché è un santo buono e pacifico sottomesso e obbediente. Sull’onda dello ieratico e lezioso film di Zeffirelli, conosciamo un  Francesco che ama la natura, non contesta, vive sorridendo a tutti. Un santo che non inquieta e disturba. E andiamo cantando “Laudato sii” a visitare i luoghi francescani, che solo lontanamente ci ricordano l’autentico uomo di Assisi.

A proposito delle radici cristiane dell’Europa e di quelle cattoliche d’Italia se ripensiamo alla vita di Francesco suo patrono, ci accorgeremo che i valori nei quali il “Poverello” credeva non sono sempre presenti nella cultura cosiddetta cristiana.

Francesco prese alla lettera le parole di Gesù “Lascia tutto vieni e seguimi; non dovete avere oro nè argento, ma una sola tunica e vivere di quello che vi danno nel viaggio; se vuoi essere perfetto va vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Siamo più abituati a fondare dogmi e leggi morali su parole come “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la chiesa ecc”, per giustificare il primato del Papa, oppure “Non divida l’uomo quello che Dio ha unito” per motivare l’indissolubilità del matrimonio.

Il povero di Assise non accettò mai donazioni e visse di elemosina e di lavoro. I frati (fratelli), vivevano in povertà e condivisione. Con la sua vita poverissima contestò le ricchezze e il potere dei ricchi e della chiesa, si sottomise a papa Innocenzo III, per salvare il suo movimento e per non finire massacrato come i Catari francesi nel 1210. Nel XIII secolo le città italiane erano divise in fazioni. Assalti, uccisioni, devastazioni, vendette. Francesco diverse volte in nome del perdono di Cristo si interpose tra soldati armati e li rappacificò. Predicando l’amore e la riconciliazione tra i nemici. Condannò l’usura. La tradizionale Marcia della Pace da Perugia ad Assisi con la sua denuncia delle guerre, del traffico delle armi e degli uomini ben si sposa con lo spirito di Francesco.

Baciò pubblicamente un lebbroso e con i suoi frati accolse i malati incurabili e i reietti dalla città.

Nel 1219 andò con pochi frati a Damietta durante la V crociata voluta dal Papa contro l’Islam. Voleva predicare il vangelo ai maomettani. il Sultano non lo “perseguitò” anzi  di fronte a questo uomo malvestito e disarmato, saggio e buono non lo trattò come nemico, lo accolse come un sapiente e lo voleva tenere con sè alla sua corte. Ma Francesco tornò in Italia. Inconsapevolmente ci indicava il possibile dialogo con l’Islam non fatto di crociate ma di dialogo e di rispetto reciproco.

Il Santo non ha parlato di ecologia perche in quel tempo non se ne sentiva la necessità, ma ci ha insegnato a vivere in armonia non solo con gli uomini  ma con tutte le creature: animali, piante, terra e acqua.

Morì a 44 anni malato e sconfitto da Frate Elia che ancora lui vivente, allentò lo stile di povertà estrema scelta dal maestro. Il suo ordine diventò assieme ai domenicani un centro di potere ricco e influente.

Io proporrei di toglierlo per ‘mancato adempimento del suo ruolo’ da santo patrono in un’Italia che non ha quasi niente dei valori del Santo. Penso che anche lui ne sarebbe contento.

 

Beppe Manni

9 ottobre 2016

EI DELLA BARCA QUAL NOVITA’?

Un Papa nuovo?

L’impatto emotivo del comportamento e delle parole di papa Francesco hanno creato un consenso pressoché universale sia nel mondo cattolico e religioso che in quello laico. Italiano e mondiale.

Si parla di un papa rivoluzionario.

Ma è vero?

Certo la stragrande maggioranza della gente vive direttamente o indirettamente un cristianesimo-base, tradizionale che non ha mai messo in discussione. Fa parte del DNA di molti cattolici. Casomai si brontola per certe prese di posizione del Vaticano in campo morale o politico che vengono viste come intromissioni indebite. O ci si scandalizza delle ricchezze faraoniche del vaticano. Ma l’ignoranza catechistica endemica e secolare del cattolico italiano non gli permette di disporre di qualche strumento teologico o esegetico per andare oltre a sensazioni emotive. In conclusione chi non si sente cattolico se ne va in silenzio; chi rimane fruisce della religione come un distributore automatico per i momenti salienti della propria vita, senza discussioni o problemi.

Questo Papa in verità non ha cambiato nulla della fede cattolica. Teologicamente. Il Credo Niceno-costantinopolitano cioè l’elenco delle verità non ‘negoziabili’ recitate nella messa, è rimasto intatto da 1700 anni. Per due millenni non si è pensato di rivisitare questa codificazione delle verità confezionato al tempo dei greci bizantini. Nonostante importanti documenti del concilio, si fatica a superare la lettura e interpretazione letteraria della  Scrittura.

Non è stato cambiato l’impianto sacramentale e devozionistico della tradizione. Ad esempio la confessione, l’adorazione eucaristica, la fede acritica nei gesti ex opere operato (effetto immediato dei sacramenti e delle benedizioni indipendentemente dalla fede personale), il “segno” indelebile del battesimo e dell’ordine ecc. senza interrogarsi sulla non ragionevolezza per l’uomo moderno di questi gesti e affermazioni. La venerazione idolatrica delle madonne e dei santi. Si continua a beatificare santi. Il culto necrofilo delle reliquie, la dottrina incomprensibile delle indulgenze.

Insomma la teologia ufficiale non è stata messa mai in discussione a partire da  tutto l’apparato dogmatico fino al primato e all’infallibilità del Papa, e la totale mancanza di democrazia nella chiesa.

Questi sono degli ostacoli insormontabili per un dialogo vero con i nostri fratelli riformati che tutte queste cose hanno superato e cancellato da quattrocento anni.

Ancora. Il vaticano e i suoi cardinali variopinti, le liturgie faraoniche, esistono ancora. Non è ancora stato intaccato l’apparato economico e le alleanze politiche della chiesa. Anche sulle tematiche affrontate dal sinodo sulla famiglia, come l’ammissione dei divorziati alla comunione, l’unione gay, il celibato dei preti e il ruolo della donna nella chiesa, il papa si è espresso sulla linea della tradizione: “Bisogna avere comprensione, non giudicare, sapere accogliere; per il ruolo della donna vedremo, caso mai si può cominciare a ragionare del diaconato femminile”. Misericordia ma non riforma.

Ma nulla di più.

I motivi della linea tradizionalista del papa potrebbero essere diversi

1 Questo papa è un anziano gesuita vissuto per anni all’interno dell’ortodossia cattolica, non riesce a staccarsi dalla tradizione. Non lo vuole e forse non ne è capace.

2 Oppure per i suoi innovativi atteggiamenti trova forti resistenze nell’apparato curiale e in una parte di vescovi che vedono intaccato il proprio ruolo di potere. Ma anche in molti cattolici tradizionalisti che sono come impauriti da questi nuovi comportamenti e sognano la rigidezza e la sicurezza di Ratzinger il papa precedente. E’ una corrente sotterranea che non si esprime pubblicamente per la struttura monarchica della chiesa che non prevede né una discussione libera e aperta sui problemi e sui contenuti: non è ammesso il dissenso. Ma è presente e potrebbe portare ad una spaccatura scismatica fuori stagione.

Francesco consapevolmente non vuole rompere la comunione tra i vescovi e urtare una parte di fedeli cattolici.

Ma questo papa venuto dai confini della terra è vissuto tra i poveri, ha respirato il vento della teologia della liberazione. Si è caricato della sofferenza del mondo ed è imprevedibile e rivoluzionario.

3 Oppure. Per la sua riforma sceglie un’altra strada, che nessuno gli può contestare. Riprende i temi forti delle scritture e in particolare del vangelo. Leggete ‘Misericordiae vultus’ scritto per l’indizione dell’anno santo e ‘Laudato si’ sulla questione ecologica’. E poi richiamate alla memoria i diversi interventi nelle omelie private in Santa Marta, nelle interviste e nei discorsi ufficiali. Osservate i suoi comportamenti. Sta in mezzo alla gente, non giudica e non condanna, accoglie tutti, parla di misericordia, di fraternità, di compassione. Nei testi sacri non si parla solo di giustizia ma specialmente di misericordia. Condanna con voce forte e autorevole le guerre condotte per ragioni economiche. Lo sfruttamento, i massacri e le immigrazioni forzose. L’egoismo dell’occidente che chiude le porte. Le strumentalizzazioni delle religioni compresa quella cattolica. I disastri ambientali.

La gente di buona volontà sente vicine queste parole, le condivide e accende in loro una speranza. Sembra dire: la religione è amore e misericordia. Il resto verrà dopo.

Su questo terreno non può essere contestato, al massimo lo accusano di ingenuità  politica.

Francesco ha aperto la strada.

Ad altri continuare nel rinnovamento della chiesa. O meglio i cristiani (vescovi, preti, uomini e donne) dovrebbero alzare coraggiosamente  la testa smettere la secolare sudditanza al clero e costruire insieme una vera e profonda riforma per non lasciare isolati non solo il papa, ma molti teologi e cristiani di base che questa riforma la suggeriscono da molti anni. Inascoltati.

Per riaprire le porte affinché i buoi ormai scappati possano se vogliono rientrare nella stalla-ovile e lasciare il posto alle nuove pecore che vogliono mangiare buona biada al sicuro.

Beppe Manni
Ottobre 2016

L’uomo che visse due volte

Il prete abbandonato

Negli ultimi anni si è cominciato a parlare anche pubblicamente dei cosiddetti preti sposati. Sui giornali, per televisione, come dibattito interno attraverso lettere e testimonianze sulla rivista Vocatio ecc..
Parlo con ritegno e imbarazzo, della mia esperienza di prete “ridotto allo stato laicale”.
Volevo scrivere mezza paginetta ma la pasta mi si è lievitata in mano. Chiedo scusa.
Sono diventato prete nel 1963, nel 76 mi sono spostato, vivo a Modena nel quartiere dove sono stato parroco, dove ha sede anche la Comunità di Base del Villaggio Artigiano di Modena. Premetto che sono felice e le parole che dico sono dette per amore. Rivolte anche a molti preti che dovrebbero cercare una nuova strada senza dover rinunciare alla loro “vocazione”.
Il vocabolario usato per parlare dei preti ex è datato, insufficiente spesso pesantemente offensivo: vocazione tradita, ex prete, spretato; abbandono, uscita, laicizzazione.

Io non rinnego alcuna parte della mia vita. Ho scoperto che mi piaceva fare il prete ed ero accolto come tale, solo dopo il seminario quando sono stato gettato in mezzo alla gente.

Le parole che scrivo di getto sono legate alla mia esperienza e a quello che mi sembra di aver visto intorno a me. Come emerge da molti interventi attraverso la rivista Vocatio le sensibilità sono diverse, nel tempo sono cambiate ed è nata una nuova consapevolezza. Anche se ognuno è un caso a parte.

Chi sceglie o è costretto a non fare più il prete passa diverse fasi.
I fase: il senso di colpa davanti a Dio e ai fedeli, per aver “tradito” la vocazione.
II fase la nostalgia: ti piacerebbe essere reintegrato e tornare sull’altare con i paramenti sacri a celebrare messa e in confessionale ad assolvere.
III fase la sintesi: matura una consapevolezza nuova, psicologica e teologica di una scelta che ti ha cambiato la vita.

Teoricamente tutti noi abbiamo ragionato e siamo arrivati a buoni risultati di legittimazione della strada intrapresa. Perché la scelta che hai fatto dopo anni di seminario condizionato fin da bambino con un’educazione mirata e univoca, non ti ha lasciato una vera libertà. Perché la promessa di celibato per tutta la vita è un’imposizione innaturale e crudele. Perché nessuna altra professione diventa definitiva: la vita è lunga e deve esserci la possibilità di cambiare senza pagare prezzi troppo alti. I voti perpetui dei religiosi, secondo me, sono innaturali e contrari alla libertà di figli di Dio.
Ma non ci facciamo delle illusioni. Anche se razionalmente abbiamo una chiara comprensione di tutto ciò, psicologicamente rimaniamo condizionati.
Ci hanno martellato per 13 anni che tu es sacerdos in aeternum, che le promesse fatte a Dio non si possono tradire, che sei una persona sacra ecc. che quando un prete decide in genere perché si innamora di lasciare, deve superare tre blocchi: il senso di colpa, il giudizio dei parenti e dei parrocchiani, il vuoto lasciato da un impegno scelto e ben svolto davanti agli uomini e davanti a Dio.
La risposta di molti è quella di cambiare città, di cancellare il passato, troncare i legami precedenti (rimangono solo i legami familiari) e costruirsi nell’anonimato una vita nuova. Capita anche che il matrimonio di un prete può essere fragile e a rischio di fallimento, per il modo con il quale è nato: fidanzamento nascosto, sensi di colpa, impossibilità di grandi scelte.

Altra risposta credo che rispecchi la strada di molti di noi, è stata costruirsi una comunità nella quale poter continuare a fare il “prete”.

Altre volte il vescovo locale o il parroco amico magari compagno di seminario, ti accoglie con benevolenza, come “un bravo cristiano” e ti impegna in qualche lavoretto. Tutti abbiamo avuto amici preti che si sono dimostrati comprensivi, sono stati dispiaciuti che abbiamo abbandonato. Ma è raro che codesti compagni ti cerchino o ti chiedano di usare le tue competenze per incontri ecc. “Se tu fossi rimasto quanto bene avresti potuto fare” mi diceva il Vicario diocesano.

Il marchio di un giuda in forma ridotta ci perseguita. Ci chiamarono traditori, spretati, fedifraghi, che hanno gettato la sottana alle ortiche, adulteri della chiesa nostra sposa. Nel migliore dei casi “coloro che hanno lasciato”.

Questi preti ex non parlano comunque quasi mai, se non con grande imbarazzo, della loro prima vita.

Per quel che mi riguarda ho scelto di vivere con un gruppo di amici credenti con i quali sono uscito dalla parrocchia, insieme a mia moglie e alle mie figlie nel luogo dove sono stato parroco. Parlo con le persone che conosco, che ho battezzato, fatto la prima comunione, sposato. Racconto la mia vita a chi non mi conosce.
Cerco con fatica senza imbarazzi di unire gli spezzoni delle mie due o tre vite. Mi diceva il parroco della parrocchia “Beppe ma perché non smetti di fare il prete e vivi per la tua famiglia?” In verità me lo dice anche mia moglie ma con altre motivazioni.

Sette considerazioni.
1) Siamo stati fortunati: diversi preti dopo i quarantanni collassano. La solitudine, l’obbligo del celibato, il peso di un ruolo sacrale innaturale li schiaccia e deforma la loro personalità. Lo studio dello psichiatra, la pedofilia, un amore nascosto o l’adulterio, il suicidio, sono solo effetti collaterali di questo fuoco amico. Altri in verità vivono il loro celibato potenziando la disponibilità e la donazione della propria vita agli altri. Lo sappiamo perché lo abbiamo sperimentato.

2) La chiesa come è oggi strutturata non può che considerarci dei traditori E’ una naturale difesa. Cosa vuol dire abbandonare? Chi abbandona lascia volontariamente una casa o una persona perché sceglie un’altra casa o un’altra persona che ritiene migliore. In verità nel nostro caso è stata lei la chiesa, ad abbandonarci anzi a cacciarci e a non sapere sfruttare ministerialità diversificate.

3) Il sacerdote guardato a bocce ferme, è una figura anacronistica. Nel Nuovo Testamento non esiste. Hanno fatto dell’Ordine un sacramento con un segno indelebile. La figura del prete è stata costruita con anni di predicazione auto convincente. E’ un uomo-stregone che si crede dotato di poteri magici per cui le parole che dice funzionano ex opere operato, come un’aspirina: trasforma il pane nel corpo di Gesù; assolve dai peccati; anche ai morti dà benedizioni con effetti immediati con dell’acqua lustrale; impone le mani; gestisce l’aldilà con indulgenze e messe per i morti; veste con una divisa che lo distingue; i vescovi e i cardinali hanno paludamenti secenteschi, dettano le leggi morali e politiche; scelgono addirittura chi deve andare in paradiso creando i beati e i santi: hanno sistemato nei cieli autentici delinquenti. Questa concezione del prete comporta scelte suicide come quelle delle nostre diocesi che pur di assicurare il servizio sacramentale (messe ecc) assume militanze ausiliarie africane e polacche che non conoscono la nostra lingua e la nostra cultura, creando disagi e alle volte danni.

4) Noi non possiamo più (almeno io) tornare a fare il prete come prima. E’ cambiata la nostra sensibilità attraverso anni di esperienza nuova; è cambiata la società e i cristiani. La figura del nuovo prete non sarà più un sacerdote ma un presbitero un “anziano” cioè, un pastore. Una persona celibe o sposata con una famiglia che ti aiuta e ti supporta sentimentalmente; con una professione che ti sottrae dalla dipendenza economica e religiosa delle curie. Sarà disponibile a ore come del resto tanti preti oggi fanno già; sarà scelto dai cristiani possibilmente della sua comunità e consacrato dal vescovo. La “missione”, cioè, sarà ratificata ufficialmente dalla comunità e dall’episcopo. Sei uomo o donna, non giovane ma anziano (maturo) e responsabile. Come dice Paolo a Timoteo devi godere una buona stima tra i cristiani e i cittadini. Sono loro che decidono della tua capacità di fare il pastore. Una persona equilibrata, matura psicologicamente equilibrato, onesta e capace di relazione umana. Per la gerarchia sembra che conti maggiormente mantenere un servizio liturgico e un tipo di controllo e di potere piuttosto che la diffusione e la testimonianza del vangelo. Pensiamo a tante piccole parrocchie abbandonate, senza un pastore e “servite” solo e non sempre da una frettolosa messa domenicale celebrata da un povero prete spesso anziano, che corre avanti e indietro a rischio della propria vita.

5) Altro discorso andrebbe fatto per chi donna-suora, ha lasciato il convento. Se ne parla pochissimo e il pudore della scelta è doppiamente censurato non solo dal clero ma dalla donna interessata e dalle congregazioni stesse delle monache. Oggi non solo i seminari ma anche i monasteri sono svuotati. Non mi è sufficientemente chiaro il modo del reclutamento delle suore straniere.

6) Non dobbiamo sentirci in colpa e bussare ‘umilmente pentiti’ alla porta della grande chiesa. Siamo diventati un’altra cosa. Non pretendo che la chiesa chieda perdono per l’emarginazione di tanti suoi “servi fedeli”. Lo farà tra cinquantanni quando le cose saranno completamente cambiate. Noi abbiamo fatto coraggiosamente una scelta che altri non hanno voluto o avuto il coraggio e la possibilità di fare. I preti, le suore, i frati in primis e poi i cristiani dovrebbero uscire dal loro riserbo: gridare, scrivere, documentare che è ora di smettere questa ridicola farsa del celibato e dei voti perpetui.

7) Il prete dunque, d’ora in poi sarà donna e uomo non sposati o uomo e donna sposati. Sapendo, molti di noi ‘hanno provato, che la libertà di chi sceglie di non sposarsi per un tempo o per tutta la vita è una preziosa perla da non cancellare. Ma c’è un altro modo di fare il pastore o la pastora della comunità. Siamo scesi dal piedistallo e siamo tornati ad essere uomini. Benedetto sia il Signore in eterno. E’ stata la nostra salvezza.

Nessuna rivendicazione ma è necessario aprire un dibattito a più voci: non solo da parte dei preti o degli ex, delle loro mogli o amici, ma da parte dei cristiani, del popolo di Dio e dei cosiddetti laici cioè dei non sacerdoti.
Non ci sono più, parafrasando Paolo, maschi e femmine, cattolici e musulmani, atei e credenti, laici e sacerdoti, suore e donne, vecchi e giovani, sposati e vergini. In Cristo siamo una creatura nuova.

Il nuovo pastore non sarà un prete ex, né il diacono di oggi, un buon laico spesso più clericale del parroco. Sarà una figura nuova senza la preparazione teologica e spirituale tradizionale, molto libero. Saprà trovare strade originali atte a portare il vangelo alle persone di oggi. Testimone dell’amore di Dio e di Cristo speso al servizio, visibile, dei poveri e di tutti gli uomini alla ricerca di una speranza.

E non si dovrà più parlare di “crisi di vocazione”. Le comunità liberate dal totem del sacerdos in aeternum esprimeranno in abbondanza donne e uomini disponibili a dare la vita o parte di essa al servizio del Signore Gesù.

PS. 1 Queste mie parole non vogliono essere offensive per tanti miei amici preti. Ogni prete comunque quelli che sono rimasti sacerdoti e quelli che non lo sono più, hanno fatto sintesi diverse nella propria vita. Conosciamo tutti, ottimi preti, suore e vescovi che vivono testimoniando nella loro vita la parola di salvezza del Signore Gesù. Altri sono stanchi e provati. Altri ancora hanno trovato compensazioni non sempre nobili.

PS. 2 Sono entrato in seminario a 11 anni: ho fatto 5 anni di seminario minore a Nonantola e 8 di seminario maggiore a Modena. Da trentanni sto scrivendo un libro sul seminario. Lo volevo chiamare in modo impietoso il “Lager di Dio”. Sostengo che per comprendere gli atteggiamenti e i comportamenti di molti preti e vescovi oggi “ultra sessantenni” e non solo bisognerebbe sapere il tipo di educazione che hanno avuto e come sono stati formati. Ho scritto un centinaio di cartelle ma non so che taglio dare per non offendere senza tradire la verità.

PS. 3 Nel 2015, in occasione dell’anniversario della nascita della nostra comunità di base, ho scritto un libretto “Se una domenica per caso” nel quale racconto il nuovo modo con il quale mi sembra oggi di continuare a …”fare il prete” nel mio quartiere e nella ma comunità.

Beppe Manni

manni.giuseppe@fastwebnet.it
Tel 059 357045. Cell 3408465102

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: