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Documento conclusivo del 38° Incontro nazionale delle CdB italiane

DISOBBEDIENTI PER PRATICARE LA GIUSTIZIA

Noi, donne e uomini delle Comunità cristiane di Base italiane, riunite a Vico Equense (Na) per il nostro 38° incontro nazionale su “Vangelo e Costituzione. Credenti disobbedienti nelle Chiese e nella società”, ci siamo lasciati/e interpellare con gioia e riconoscenza dalle riflessioni di Maria Soave Buscemi, Tonino Perna, Paola Cavallari, Antonietta Potente e Marco Deriu.

Il filo rosso dell’incontro – la disobbedienza – è stato svolto con chiarezza: obbedire significa “ascoltare (audire in latino) intensamente (ob-), prestare ascolto a chi ci sta davanti”; ma chi vuole praticare la giustizia, come noi che ci ispiriamo al messaggio evangelico di Gesù, deve ascoltare intensamente la realtà, non il potere: solo così può arrivare ad essere profondamente disobbediente.

Le letture, che la comunità del Cassano ci ha offerto nell’assemblea eucaristica conclusiva, ci hanno proposto modelli convincenti, e coerenti fino alla morte, di questa obbediente disobbedienza: Gesù e i tanti e le tante martiri (testimoni) che hanno vivificato la storia dell’umanità.

Anche la nostra Costituzione impegna ogni persona che vive in Italia, comprese quelle che governano e amministrano le comunità civili e religiose, a praticare i valori fondamentali della giustizia, della solidarietà, della convivialità tra tutte le differenze...

Ci impegniamo, quindi, individualmente e comunitariamente, a intensificare l’ascolto attento e quotidiano della realtà in cui vivono e lottano tutte le persone emarginate, oppresse, violentate, costrette ad emigrare per sopravvivere a guerre, impoverimento e desolazioni inenarrabili.

Denunciamo con forza che queste violenze sono frutto dell’ingiustizia dominante nelle relazioni internazionali e della voracità insaziabile di chi impedisce, con la prepotenza, che le risorse della comune Madre Terra siano fruibili da tutti e tutte, in pace ed equità, e di chi distrugge in maniera irreversibile queste risorse togliendo la speranza di una vita sostenibile alle generazioni future.

In modo particolare vogliamo denunciare ogni forma di violenza e aggressione contro i diritti e l’autonomia dei popoli indigeni, dei loro territori e dei loro modi di vita; condizioni denunciate da tempo dagli indigeni e dalle organizzazioni che li sostengono e portate di nuovo all'attenzione nel recente sinodo panamazzonico, che si è svolto a Roma per iniziativa di papa Francesco, al quale va la nostra solidarietà per le contestazioni di settori retrogradi della gerarchia.

Rinnoviamo l’impegno, personale e comunitario, ad abbandonare consapevolmente ogni forma di colonialismo, che nasce dalla nostra cultura patriarcale, capitalista, consumista e predatoria, e a praticare sempre di più sobrietà, condivisione e stili di vita coerenti con le esigenze di un’ecologia integrale.

Ci impegniamo a sostenere e ad affiancare, con i nostri corpi e le nostre parole, tutti e tutte coloro che spendono la propria vita per difendere e accogliere migranti e rifugiati, per proteggere i beni comuni e la vita di Madre Terra e di tutte le creature che la abitano, e che per questo vengono perseguitati/e dai detentori del potere.

In particolare, chiediamo all'attuale Governo di rivedere in profondità i due decreti sicurezza del Governo precedente, mettendone in radicale discussione la logica che li ispira, fino al punto di considerare reato il salvataggio a mare di migranti naufraghi. A situazione invariata, dichiariamo disobbedienza e sostegno alla disobbedienza di questa legislazione, contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione, al comandamento dell'amore del Vangelo, ai diritti umani universali.

Con questo spirito riconosciamo e vogliamo sempre più condividere l’impegno instancabile delle donne che animano e guidano i cammini delle loro comunità, impegnandoci a perseguire fino in fondo l’obiettivo di far cessare le violenze maschili sulle donne, sui bambini e sulle bambine, obiettivo fatto proprio anche dalle Chiese cristiane con l’Appello sottoscritto nel 2015: da loro pretendiamo quotidiana coerenza.

In conclusione esprimiamo il nostro fermo proposito di unirci a tutte le donne e gli uomini di qualsiasi e di nessuna fede, che vivono nel nostro paese, disponibili ad impegnarsi in una vasta ed operante alleanza di base per la trasformazione della società e la costruzione di un'economia che non generi povertà e diseguaglianze e ripari l'ambiente.

Comunità cristiane di Base italiane

Vico Equense (Na), 1-3 novembre 2019

PRETE IN UNA COMUNITA’ DI BASE dalla CdB Viottoli di Pinerolo (TO)

“Prete e comunità”: chiariamo subito che noi non parleremo di comunità in senso universale (comunità parrocchiali, religiose, e quant’altre), ma, partendo da noi e dalla nostra esperienza personale, desideriamo parlare di una “comunità di base”, quella in cui viviamo la nostra fede dal suo inizio, dalla notte di Natale del 1973. Siamo coscienti di questo orizzonte limitato, ma di parrocchie non abbiamo più esperienza da allora: altri e altre ne parleranno.

Parlare di preti, poi, non è facile, perché ognuno/a, partendo da sé, parte dalla propria esperienza di relazioni non con “i preti”, ma con “un” prete, “quel” prete, che tanti/e conoscono e con il quale hanno avuto o hanno una relazione diversa dalla tua, per cui non si riconosceranno nel tuo racconto. Pensiamo, in particolare nel nostro caso, alle amiche e agli amici che lo hanno sostenuto e seguito nella sua scelta e con cui restiamo in relazione di amicizia affettuosa. E, poi, a tutte quelle persone che non si interrogano sul senso umano ed evangelico del paradigma “pastore/gregge”: lo accettano come il sole che sorge ogni mattina. E’ chiaro che siamo tutti/e diversi/e, anche nelle forme delle nostre relazioni, comprese quelle nei confronti della stessa persona.

Allora, o non ne parliamo o corriamo coscientemente il rischio di attirarci critiche, anche aspre, anche cattive… Abbiamo ben presente a cos’è andata incontro Mira Furlani dando alle stampe la sua narrazione della nascita della CdB dell’Isolotto a Firenze e, in particolare, della sua relazione con Enzo Mazzi, “don” Enzo Mazzi. Per chi non l’avesse ancora letto, il libro si intitola “Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei”, ed. Gabrielli 2016.

(Beppe) – Un’altra donna…

La mia gamba sinistra era aumentata di circonferenza in maniera misteriosa e preoccupante… Una catena di consulenti mi ha fatto arrivare a casa di Assunta, esperta di massaggi, compreso quello linfodrenante di cui avevo bisogno io. Fin dalla prima seduta Assunta mescola massaggi e parole: “Io condivido la scuola di pensiero secondo cui la linfa è la sede delle emozioni. Se i tuoi nodi linfatici si sono inceppati, è probabile che vogliano dirti che hai qualche nodo emotivo da sciogliere…”. E’ un lampo! Sì, un nodo da sciogliere ce l’ho, bello grosso, e adesso, con lei, lo riconosco e lo nomino. Le racconto la delusione e la rabbia che mi porto dentro da quando “don” Franco Barbero ha lasciato la comunità di base, che avevamo collaborato a costruire insieme, per fondarne un’altra, sempre a Pinerolo, senza darci spiegazioni soddisfacenti. E, mentre parlavo, mi sono sentito invaso da un’emozione dolce, piacevole: sentivo sciogliersi quella rabbia, quel risentimento, grazie a lei. Poi ho anche trovato le parole adeguate per formulare questa nuova consapevolezza: ho scelto di rispettare la sua libertà di deludere il mio desiderio. Mi sembra di aver fatto un piccolo passo avanti sulla strada della convivialità e del rispetto delle differenze…

Però i problemi rimangono ed è utile nominarli e analizzarli, con il desiderio di confrontarli con altri e altre che li riconoscano come propri. Specialmente dopo aver letto il libro di Mira Furlani penso che di queste questioni sia bene parlare senza aspettare che i preti siano morti. Aspettare che siano morti significa non aver fiducia nella possibilità di un loro cambiamento, significa rassegnarsi a subire il modello di comunità da loro incarnato, significa non aver fiducia nelle possibilità trasformative del dialogo tra persone sincere… L’altra scelta è andarsene, lasciando perdere fede, Bibbia, teologia, comunità… l’hanno fatta in tanti e tante. E’ bene parlarne, invece, perché sono questioni che non riguardano solo il singolo, ma l’intera categoria, la casta, e le forme delle loro relazioni con le persone delle comunità in cui vivono e praticano il ministero. Siamo convinti/e che parlarne faccia solo bene, perché non abbiamo strumenti più pacifici e pontefici delle parole, dello scambio di pensieri e di esperienze di conversione/cambiamento.

(Beppe e Carla) – Senza prete le comunità muoiono…

Questa è una tesi intorno alla quale il dibattito è infinito. Purtroppo ci sono tante esperienze che la suffragano: siamo pur sempre in ambito religioso cattolico e nessuna comunità di base – che noi sappiamo – è nata se non per iniziativa o intorno a un prete, e alcune di esse, quando il prete è stato allontanato dal vescovo (erano cdb in ambito parrocchiale) o è morto, quelle comunità sono scomparse, si sono sciolte… Anche la nostra è nata quando il nostro desiderio di libertà dai vincoli parrocchiali si è incontrato con la proposta di Franco Barbero di dar vita anche a Pinerolo a una cdb. Ma abbiamo continuato serenamente la nostra vita di comunità anche dopo che il suo “presbitero” è stato ridotto allo stato laicale da “san” Giovanni Paolo II.

Siamo però consapevoli, da molto tempo, che se l’animazione praticata dal prete non è finalizzata a formare uomini e donne “adulti/e”, come si è sempre detto e scritto, liberi/e e consapevoli della propria libertà anche nella vita di fede, capaci anche di dar vita a comunità e di animarle… queste moriranno con lui. L’esperienza ci dice che, salvo rare e preziose eccezioni, anche in cdb i preti tendono a voler essere riconosciuti come pastori di un gregge (il loro ruolo istituzionale), centro indispensabile attorno a cui si riunisce la comunità. Quando questo riconoscimento viene a mancare, perché nasce e cresce la consapevolezza che essere comunità “di base” significa abbandonare ogni forma gerarchica, imparare a stare tutte e tutti “in cerchio senza centro” – e senza nessun posto fisso per nessuno/a neppure nel perimetro del cerchio – il prete o si interroga e si “converte”, cambia, o se ne va in un’altra comunità che lo riconosca come proprio pastore.

Cambiare si può

(Beppe) Noi gli chiedevamo di cambiare, di diventare “uno di noi”, continuando a mettere a servizio della comunità i suoi talenti e le sue competenze, che abbiamo sempre riconosciuto con gratitudine, approfittandone a piene mani. Ma lui ci diceva: “Lasciatemi fare il prete; sono solo capace di fare il prete…”. Questo, per me, è un nodo importante. E’ come se ci dicesse: “Non voglio cambiare”. Come se ci fosse un modo solo di fare il prete, quello che in seminario mi era stato illustrato con definitiva chiarezza: “Noi non abbiamo niente da imparare dagli altri… noi dobbiamo insegnare!”. Per chi ha interiorizzato questo modello sembra davvero difficile scegliere la strada del cambiamento. Che resta una scelta possibile a chiunque, purché ne sia consapevole e scelga di praticarla. Credo che il “gruppo di autocoscienza maschile” sarebbe stato anche per lui un aiuto prezioso.

(Carla e Beppe) I problemi erano legati soprattutto alle forme diverse che cercavamo di dare alla nostra comunità. A mano a mano che abbiamo scelto di abbandonare la delega (che per anni – e per comodità – gli avevamo accordato – e che lui non ha mai rifiutato), ci siamo dovuti/e confrontare con la sua indisponibilità a vivere in una comunità davvero “di base”, tutti e tutte in cerchio alla pari, mettendo ciascuno e ciascuna i propri talenti e le proprie competenze a servizio della comunità.

Ripensandoci “a bocce ferme”, l’errore originario è stato probabilmente quello di chiedergli di continuare a fare il prete a tempo pieno, invece di cercarsi un lavoro come tutti e tutte noi… Saremmo diventati/e più facilmente un “cerchio di uomini e donne alla pari”. Ma lui era prete e voleva restare tale, mentre noi questa maturazione l’abbiamo compiuta negli anni. E così la comunità di base è rimasta sostanzialmente una parrocchia, in cui il prete non si chiamava parroco, ma era lui che si occupava praticamente di tutto, coadiuvato da un “servizio di direzione” che ha funzionato bene finché le sue e le nostre proposte non sono entrate in conflitto, finché non abbiamo cominciato a parlare della necessità di passare da una pastorale “individuale” – del prete, l’unica persona che potesse incarnare quella pratica – a una pastorale “collettiva” della comunità, cercando di imparare, con il suo aiuto, a svolgere in gruppo, magari a rotazione, alcuni dei compiti che erano appannaggio esclusivo del prete, che mostrava di non voler cedere assolutamente quelle deleghe.

Ad esempio: lui ci aveva aiutati/e a superare a poco a poco pregiudizi e stereotipi e a entrare in relazione serena e libera con le persone omo e trans-sessuali, ma quando gli abbiamo proposto di coinvolgerci di più, come comunità, nella preparazione di quelle coppie al matrimonio, lui ci ha semplicemente comunicato che da quel momento avrebbe celebrato i matrimoni a Torino, in un’altra comunità disponibile. La giustificazione era che le coppie cercavano lui, non la comunità, e che sposi/e e famiglie volevano una cerimonia tradizionale, con il prete “vestito da corsa”, come lui definiva scherzosamente i paramenti liturgici che indossava per l’occasione. La loro motivazione era senz’altro legittima e comprensibile: volevano che il loro matrimonio apparisse legittimato alla pari di ogni altro celebrato in ogni altra chiesa…

Ma la comunità finiva per essere solo contorno, non protagonista di questa “rivoluzione”. A Franco però – non lo dichiarava apertamente, ma per noi era chiarissimo – era necessario “avere una comunità” per dare senso al suo ministero e, nello stesso tempo, essere credibile nei confronti di chi gli chiedeva di officiare un rito… Cominciavamo a provare insofferenza verso quel modello di “matrimonificio” (così lo chiamava un amico gay), che continuava ad affidare alla comunità il ruolo di “claque”, che prega, canta, batte le mani, fa gli auguri… mentre i protagonisti dell’azione (preparazione e celebrazione del matrimonio) sono solo loro: gli sposi e il prete. Più cresceva la nostra consapevolezza, più ci vedevamo come due entità distinte: noi e lui, il gregge e il pastore… Non eravamo ancora una vera comunità, e volevamo invece diventarlo, a poco a poco.

La libertà e l’autonomia, che cercavamo lasciando la parrocchia e la sua gerarchia, non vuole vincoli, se non quelli della reciprocità. Così abbiamo cominciato a sentirci e renderci liberi/e anche nei suoi confronti, a vivere in autonomia gruppi e iniziative in cui lui non si coinvolgeva – e che per lunghi tratti ha persino sottoposto a critiche anche aspre: il gruppo donne e la loro prima ricerca sulle teologie femministe, che è poi diventata un quaderno della rivista Viottoli dal titolo “Nel segno di Rut”; il gruppo di autocoscienza maschile, nato all’interno della cdb, ma che lui non voleva che venisse percepito come un gruppo della comunità, mentre per noi era sempre più chiaro che il cambiamento di vita, che ci chiede il Vangelo di Gesù, è una pratica sessuata, radicalmente diversa per gli uomini e per le donne; il “gruppo ricerca”, nato dal desiderio di alcuni e alcune di cercare risposte che il solo studio della Bibbia, per quanto ripetuto con impegno negli anni, non ci dava (abbiamo cominciato dalla domanda: cosa c’era prima dell’ebraismo, prima del monoteismo, prima del patriarcato?). Quello femminista è diventato il nostro paradigma preferito…

(Carla) Siamo alla fine degli anni ’80. Nella nostra comunità di uomini e donne, alcune di noi, grazie a percorsi e contatti con donne esterne alle Cdb, abbiamo dato vita a un “gruppo donne”, che ci ha permesso di far comunità tra noi, portatrici, nei luoghi misti, di una “misura” femminile sulle cose del mondo e della spiritualità. Anche a livello nazionale ha preso corpo un collegamento stabile tra le donne delle comunità di base ancora esistenti nelle città del centro-nord. Questo percorso separato ha avuto il merito di aprire in diverse occasioni il conflitto uomo-donna nei luoghi misti dei convegni, dei seminari, sulle riviste e sui siti delle comunità.

Riporto quanto abbiamo scritto Doranna ed io nella prefazione al libro Le donne e il prete di Mira Furlani: “L’inizio delle nostre storie si concentra attorno a figure carismatiche di preti progressisti e amanti del Vangelo. Uomini coerenti, che credevano fermamente, oltre che in Dio, nella giustizia, nella libertà e nell’uguaglianza tra i popoli e tra i sessi; sicuramente, anche ai nostri occhi, il meglio del genere maschile. Ma tra le donne e i preti, si sa, c’è qualcosa che attrae e qualcosa che respinge e in mezzo, probabilmente, una grande mancanza: quella di una insignificanza simbolica dovuta all’assenza di parole, tradizioni, pratiche femminili. Una nostra stimata e autorevole amica dice che noi donne siamo rivali dei preti nella capacità che abbiamo di parlare autorevolmente alle nostre simili. Siamo potenzialmente madri spirituali e simboliche, ma in questa relazione, non prevista nella nostra chiesa e nella nostra società, il maschile si mette di mezzo e fa ingombro. Nei nostri collegamenti nazionali di donne delle Cdb stiamo lavorando da trent’anni per sciogliere questi nodi”.

Moriranno le cdb?

(Carla e Beppe) Siamo consapevoli che “queste” CdB si estingueranno gradualmente, a mano a mano che moriremo noi che le abbiamo incarnate. I nostri figli e le nostre figlie quasi dovunque fanno altre scelte… molta gente le frequenta perché c’è “quel prete” carismatico, che è un piacere ascoltare e che sa prendersi a cuore i loro problemi… Ma quando non ci sarà più?  Crediamo che sia davvero ora di andare “oltre le religioni”. Le cdb hanno rappresentato un luogo di passaggio dalla religiosità tradizionale a una spiritualità consapevole e incarnata, ma – ce lo diciamo sempre più spesso, con convinzione – non ha futuro, dopo di noi, questa forma di comunità, fatta di studio biblico settimanale, di assemblea eucaristica almeno quindicinale, di ricerca teologica ispirata dal pensiero della differenza sessuale, di partecipazione coerente alla vita del movimento delle CdB, italiane ed europee…

Abbiamo gettato dei semi, in questi anni, e alcuni li vediamo germogliare. Il nostro futuro oltre noi lo vediamo ovunque si pratichi la convivialità delle differenze, a cominciare da quelle di genere e di orientamento sessuale, nei gruppi donne e nei gruppi uomini, nelle associazioni per “uscire dalle guerre” e “liberarci dalla violenza”, nelle lotte per la giustizia e la salvaguardia dei beni comuni, eccetera eccetera… Anche grazie a “quei preti” abbiamo imparato che il Vangelo di Gesù non ci invita a professare una fede secondo i dettami di una gerarchia maschile e maschilista, ma a praticare il grande comandamento dell’amore universale. Ognuno e ognuna “secondo il proprio genere”, che è personale, individuale – come ci ha suggerito Cosimo Scordato, prete all’Albergheria a Palermo: “Ogni persona ha il suo genere e la comunità deve aiutare ciascuno/a a diventare la persona che è incamminata ad essere”. Questo richiede libertà anche nelle relazioni reciproche: ognuno/a ricerchi, studi, preghi, pensi… con la propria testa e il proprio cuore, a partire da sé e rispettando la libertà di ogni altro/a; poi racconti con sincerità la propria esperienza e la propria verità.

La CdB è stata ed è, per noi, luogo speciale per questo apprendimento ed esercizio quotidiano di libertà. La nostra gratitudine va a tutti e tutte coloro che ci sono stati/e e ancora ci sono compagni/e di strada, a cominciare da Franco Barbero che da quel giorno ci ha aiutato a dare senso e direzione al nostro desiderio.

Carla Galetto e Beppe Pavan
Esodo n°4/2017 – www.esodo.net

Beati gli atei perché incontreranno Dio

di Maria López Vigil

I dogmi del cattolicesimo, la religione in cui sono nata, non mi dicono più nulla. Le tradizioni e le credenze del cristianesimo, così come le ho apprese, mi appaiono sempre più lontane. Si tratta di risposte. E di fronte al mistero del mondo io mi pongo sempre più domande.
Sentimenti simili ai miei li scopro in molte altre persone, soprattutto giovani, soprattutto donne, che non negano Dio, ma perseguono una spiritualità che alimenti davvero il senso della loro vita. E, in cerca di questo tesoro in cui porre il proprio cuore, prendono le distanze, si allontanano dalla religione ereditata, la riesaminano, la rifiutano persino.
Cosa ci succede? Cosa mi è successo? È successo che sono cresciuta, che ho letto, che ho cercato; che viviamo in un mondo radicalmente diverso dal mondo tribale, rurale, pre-moderno, nel quale si sono forgiati i riti, i dogmi, le credenze, le gerarchie e le tradizioni della mia religione. Il sistema religioso che ci è stato trasmesso rimanda a un concetto antiquato di mondo. Non possiamo più camminare con queste “scarpe”, non mi servono più.
Sapendo come so che il cristianesimo, in tutte le sue versioni (cattolica, protestante, evangelica, ortodossa…), è una grande religione, ma solo una tra le tante che esistono e sono esistite sul pianeta e nella storia, non posso più credere che la mia sia la vera religione. Sarebbe insensato come credere che la mia lingua materna, lo spagnolo, sia, tra tutte le lingue, la migliore solo perché è quella in cui sono nata, quella che conosco e che so parlare.
Trovo arroganti i postulati religiosi che ho appreso. Perché si presentano come assoluti, rigidi, infallibili, indiscutibili, immutabili e impenetrabili al fluire del tempo. E l’umiltà – che ha la stessa radice di umanità, humus – mi pare un cammino essenziale di fronte al mistero del mondo, che né la scienza né alcuna religione riescono a sciogliere pienamente.
Conoscendo come conosco le ricchezze racchiuse dalla grandissima varietà di culture umane, i tanti mondi che esistono in questo mondo, non posso credere che nella mia religione e nella Bibbia si trovi “la” rivelazione di questa Realtà Ultima che è Dio. Se lo credessi, non potrei evitare di essere superba. E non potrei dialogare da pari a pari con le migliaia e migliaia di uomini e donne che non credono a questo, che hanno altri libri sacri, che giungono a Dio per altri cammini in cui non ci sono sacre scritture da venerare e seguire.
Come credere a questo incomprensibile linguaggio dogmatico, amalgamato a una filosofia superata, secondo cui in Dio vi sarebbero tre persone distinte con un’unica natura e che Gesù sarebbe la seconda persona di queste tre, ma con due nature? Come credere a ciò che mi appare assurdo e incomprensibile se il mio cervello costituisce l’opera maestra della Vita? Come credere che Maria di Nazareth sia la Madre di Dio se Dio è Madre? Come credere alla verginità di Maria senza assumere ciò che questo dogma esprime in termini di rifiuto della sessualità, e della sessualità delle donne? Come accettare una religione così mascolinizzata e, pertanto, così distante da quella prima intuizione di Dio al femminile, di fronte al potere del corpo della donna capace di dare vita? Come dimenticare che, per questa esperienza vitale, Dio “è nato femmina” nella mente dell’umanità?
Come credere all’inferno senza trasformare Dio in un tiranno torturatore come i Pinochet o i Somoza? Come credere al peccato originale, che nessuno ha mai commesso in alcun luogo, e che è solamente il mito con cui il popolo ebraico ha spiegato l’origine del male nel mondo? Come credere che Gesù ci abbia salvato da questo peccato se tale dottrina non è di Gesù di Nazareth ma di Paolo di Tarso? Come credere che Dio abbia avuto bisogno della morte di Gesù per lavare questo peccato? Gesù il profeta, un agnello propiziatorio che placa con il sangue la collera divina? Come credere che Gesù ci abbia salvato morendo, quando ciò che ci può “salvare” dal nonsenso è il fatto che ci abbia insegnato a vivere? Come credere al fatto che io possa mangiare il corpo di Gesù e bere il suo sangue, riducendo così l’Eucarestia a un rito materialista, magico ed evocatore di sacrifici arcaici e sanguinosi che Gesù ha rifiutato?

MA RESTO CON GESÙ
Tuttavia, lasciando ormai per strada tante credenze della religione ereditata, non lascio Gesù di Nazareth. Perché, come mio padre, mia madre e i miei fratelli sono i miei punti di riferimento affettivi, e come penso, parlo e scrivo in spagnolo e questa lingua è il mio riferimento culturale, così Gesù di Nazareth è il mio referente religioso e spirituale, il mio referente etico, quello che mi è più familiare per provare a percorrere il cammino che mi apre al mistero del mondo.
Oggi, sapendo come so della maestà infinita dell’Universo in cui viviamo, con i suoi miliardi di galassie, non posso credere che Gesù di Nazareth sia l’unica e definitiva incarnazione di questa Energia Primordiale che è Dio. Neppure Gesù lo ha creduto. Questa elaborazione dogmatica, sviluppata successivamente e in contesti di lotte di potere, scandalizzerebbe Gesù. Oggi, invece di affermare “credo che Gesù sia Dio”, preferisco dirmi e dire: “Voglio credere in Dio come ha creduto Gesù”.
E in quale Dio credeva Gesù, il Moreno di Nazareth? Ci ha insegnato che Dio è un padre, e anche una madre, che viene a cercarci – il pastore che va in cerca della sua pecora, la donna che cerca la sua dracma -, che ci aspetta con ansia, che ci accoglie sempre, che si indigna dinanzi alle ingiustizie e dinanzi al potere che sfrutta e opprime, che si schiera dalla parte di coloro che stanno in basso, che non vuole poveri né ricchi, che vuole che nessuno abbia troppo e che nessuno abbia troppo poco, che punta sull’equità e la dignità di tutti, che ci vuole fratelli, che ci vuole in comunità, che non vuole signori né servi, e neppure serve, che ci dà sempre nuove occasioni, che ride e festeggia, che celebra banchetti aperti a tutti, che è allegro ed è buono, che è un abba, una imma.
Tutte le religioni del mondo, proprio tutte, hanno qualcosa in comune: tutte affermano di essere la vera religione e si gloriano del fatto che le loro divinità sono le più potenti. Tutte si basano su credenze, riti, comandamenti e mediatori. La maggior parte dei comandamenti imposti è data da divieti: quello che non si può fare, quello che non si può pensare, quello che non si può dire. E i mediatori che dominano le religioni sono i più vari: libri, luoghi, tempi e oggetti sacri e, soprattutto, persone sacre a cui bisogna credere, obbedire e rendere onore.
Quando si legge la buona novella dei Vangeli, quando se ne coglie l’essenza, si scopre che Gesù non fu un uomo religioso. Gesù fu un laico in contraddizione permanente con gli uomini pii e sacri del suo tempo, i farisei e i sacerdoti. Gesù non propose credenze ma atteggiamenti. Non lo vediamo mai praticare alcun rito, ma avvicinarsi alla gente. Capovolse vari comandamenti, così come venivano interpretati dai devoti del suo tempo. E non rispettò né i luoghi sacri (pregava sul monte) né i tempi sacri (“Il sabato è per la gente, non la gente per il sabato”).
Gesù fu un uomo spirituale e un maestro di etica. Non volle fondare alcuna religione e, per questo, non è responsabile di alcuno dei dogmi costruiti dal potere sulla memoria appassionata di quanti lo avevano conosciuto. Gesù propose un’etica di relazioni umane. Ispirò un movimento spirituale e sociale di uomini e donne che, cercando Dio, cercassero la giustizia e costruissero il suo sogno, il Regno di Dio, che lui concepì come un’utopia contrapposta alla realtà di oppressione e ingiustizia che gli toccò vivere nel suo Paese e nel suo tempo.
Quando nessuna persona è sacra, tutte le persone diventano sacre. Quando nessun oggetto è sacro, tutti gli oggetti meritano cura. Quando nessun tempo è sacro, tutti i giorni che mi sono dati da vivere si trasformano in giorni sacri. Quando nessun luogo è sacro, vedo nella Natura intera il sacro tempio di Dio. Anche questo ce lo ha insegnato Gesù.
L’irriverenza, la provocazione, la gentilezza, l’humor, l’audacia e la novità della spiritualità di Gesù sono state imprigionate da secoli nella dogmatica cristologica. Questa dogmatica ci rende prigionieri di un pensiero unico, ci chiude in una gabbia. Non ci lascia volare perché non ci lascia domandare, sospettare, dubitare… Le sbarre di questo carcere provocano timore. Timore di disobbedire alla parola autorizzata di quanti “sanno di Dio”, delle gerarchie della religione. Timore di essere puniti per il fatto di pensare e di dire ciò che si pensa.
Oggi, sapendo di vivere «intorno a una stella tra tante, in una normale zona di una banale galassia, raggruppata insieme ad altre ugualmente insignificanti in un ordinario ammasso», come descrive questa “periferia cosmica” che è la Terra un prestigioso fisico, non posso evitare di sentire come inopportune e sclerotizzate, irrilevanti per la mia vita, le certezze e le norme della religione organizzata da una burocrazia gerarchica che, peraltro, in tante cose ha tradito il messaggio di Gesù.
Mi sento più vicina alla Vita che Gesù ha difeso e a cui ha dato dignità in questa religiosità, in questa spiritualità che è riverenza e meraviglia dinanzi al mistero del mondo. Trovo maggiore significato spirituale nella “religiosità cosmica” di cui ha parlato l’ebreo Einstein quando ha detto: «Il mistero è la cosa più bella che ci è dato cogliere». Einstein riconosce che questa esperienza del mistero, «culla dell’arte e della scienza, ha generato anche la religione». Ma aggiunge: «La vera religiosità è sapere di questa Esistenza per noi impenetrabile, sapere che esistono manifestazioni della Ragione più profonda e della Bellezza più splendente» che non sono mai del tutto accessibili. E conclude: «A me basta il mistero dell’eternità della Vita, il presentimento e la coscienza della costruzione prodigiosa dell’esistente».
Non so se questa formulazione mi basta, ma so, questo sì, che mi risulta significativa perché mi apre a nuove domande. E la religione, il sistema religioso nel quale mi hanno educato, non lo ha fatto. Mi ha chiuso riempiendomi di risposte fisse, prestabilite, molte delle quali minacciose, angoscianti, generatrici di paura, di colpa e di infelicità. È tempo di umanizzarci. E il sistema religioso, obbligandoci a pensare a Dio in un’unica maniera, imponendoci norme morali severe e mancanza di compassione e costringendoci a culti e riti abitudinari e rigidi, ci disumanizza.

SE DIO C’È
Credo in Dio? Cos’è la fede? «È un amore», mi rispose ormai molti anni fa un contadino analfabeta nella Repubblica Dominicana quando gli posi questa domanda. Una spiegazione tanto semplice quanto profonda. Se Dio c’è, è chi mi muove sempre verso l’amore, verso gli altri, che siano persone, animali, alberi… È un movimento, un impulso a condividere, a simpatizzare, a prendersi cura, a rendersi responsabili, ad attingere l’acqua di questo pozzo di tutto ciò che è vivo. L’amicizia è la felicità di non poter mai toccare il fondo di questo pozzo. Questo è l’amore: un pozzo senza fondo da cui poter bere. È questo che deve essere Dio. Nell’amore che provo per quelli a cui voglio bene io sento Dio.
Se Dio c’è, è bellezza. Lo sperpero di bellezza della Natura – le stelle del cielo, gli occhi dei cani, la forma delle foglie, il volo degli uccelli, i colori e le loro sfumature, il mare -tutta questa incommensurabile e sempre sorprendente lista di cose belle, tutte simili, tutte differenti, tutte in relazione, questa bellezza che io non posso né abbracciare né intendere, che abbaglia occhi e mente, che la scienza ci svela e ci spiega, sento che ha “la firma” di Dio. Nel fondo di tutta la bellezza che vedo in tutto ciò che esiste io sento Dio.
Se Dio c’è, è gioia. Nella festa, nella musica e nel ballo, nelle forme indefinibili che adotta la gioia quando è profonda, nella parola, nella compagnia, nella celebrazione, nei successi, nello sforzo creativo, e soprattutto nelle risate e nei sorrisi della gente, io sento che Dio è più vicino che mai.
Se Dio c’è, è anche giustizia. È la giustizia che la storia che conosco e in cui vivo non ha garantito mai alle persone buone. Che non ha garantito a quel contadino povero e analfabeta che definì la fede come «un amore».
Ma Dio è sempre più in là di ogni amore, di ogni bellezza, di ogni gioia, sempre inarrivabile, innominabile, indecifrabile, sempre più in là dell’idea che mi faccio di Dio, più in là del mio stesso desiderio e della mia nostalgia. Maimonide, il grande pensatore ebraico del Medioevo, scrisse un trattato teologico-filosofico dall’affascinante titolo Guida dei perplessi. Afferma: «Descrivere Dio mediante negazioni è l’unico modo di descriverlo in un linguaggio appropriato». Ma non trovo neanche un pizzico di questa perplessità nel sistema religioso in cui sono nata.
È con questi “mattoni” di pensiero e di sentimento, con questo pensare e questo sentire, che sono andata costruendo a tentoni una spiritualità, convinta, come diceva il poeta León Felipe, che nessuno va a Dio per lo stesso cammino che percorro io. La spiritualità è un cammino personale, la religione è un corsetto collettivo. Un «fardello pesante», per usare le parole di Gesù.
Nel suo libro L’onda è il mare, il monaco benedettino Willigis Jäger commenta: «Una persona sagace ha detto: la religione è un trucco dei geni». Jäger prende molto sul serio questa affermazione. E spiega: «Quando la specie umana raggiunse il livello evolutivo adeguato per porsi domande sulla sua origine, il suo futuro e il senso dell’esistenza, sviluppò la capacità di dare risposta a queste domande. Il risultato di questo processo è la religione, che per millenni ha svolto magnificamente il suo compito e continua a farlo ancora oggi. La religione è parte dell’evoluzione umana. E se oggi arriviamo a un punto in cui le sue risposte non ci soddisfano più, è segno che l’evoluzione ha fatto un passo in avanti e sta sorgendo nell’umanità una nuova capacità di comprenderci come esseri umani».
Malgrado i cammini sbagliati e i tempi perduti, quanto mi rallegro del fatto che, prima di morire, io abbia sviluppato questa capacità e abbia potuto vivere nel momento di questo passo avanti.

( da ADISTA: 24/09/2015 )

Sgarbi modenesi

IL BRODO DELL’OSPEDALE E’ MENO GRASSO

Caro Vittorio Sgarbi

Volevo farti una visita all’ospedale, ma non me lo hanno permesso. Giustamente un malato di riguardo come te ha bisogno di tranquillità.
Volevo approfittare, ‘vigliaccamente’, della tua posizione di uomo finalmente sdraiato e indifeso per poterti parlare, dato che alle tue parole aggressive nessuno mai riesce a replicare: sei uno dei tanti privilegiati intoccabili dietro la corazza di plastica degli schermi televisivi.
Come critico d’arte mi piaci anche. Ma ognuno dovrebbe fare il lavoro che gli riesce bene.
Non riesco a perdonarti di essere stato insieme ad altri berlusconidi e non solo, l’iniziatore negli anni novanta dell’homo urlans che proponeva le proprie ragioni (se tali potevano chiamarsi) urlando, offendendo e sbeffeggiando il povero avversario al quale non davi mai la possibilità di replicare. Con quell’arroganza tipica delle osterie periferiche o del bar sport dove vince chi sa gridare più forte.
Io come vecchio insegnante, non posso se non rimproverarti pesantemente per essere stato un cattivo maestro. Per un cultore del bello non è un comportamento esteticamente accettatile.
I nostri vecchi dicevano il 13 dicembre festa di S. Lucia: “Se santa Lucia ti mantiene la vista la parola non ti manca”. Che dio ti mantenga la vista ma tu fai un buon uso della tua lingua biforcuta.
Per qualche giorno sei stato ospite non delle patrie galere ma del policlinico della nostra città. Che pur essendo governata ab immemorabili dalle sinistre ha i migliori ospedali dell’Italia. Ti abbiamo salvato la vita.
Eri in una stanza malato grave. Dovevi comportarti da infermo. Al tuo capezzale invece c’è stata una sfilata poco edificante delle cosiddette personalità modenesi. E poi interviste, telefonate, chiacchiere a non finire. Era un comportamento normale trattare con rispetto e umiltà i medici e gli infermieri che ti venivano a svegliare, dopo una notte passata in chiacchiere al telefono, per darti le medicine. Fanno il loro lavoro. Con stipendi bassi e una professionalità certamente superiore alla tua di intrattenitore televisivo.
Il brodo delle cucine ospedaliere è senz’altro buono come quello che hai ordinato, disobbedendo alle regole del nosocomio, al tuo attento autista che ha girato per i ristoranti migliori della città.
E poi per favore non dovevi fare del tuo lettino d’ospedale un pulpito per modeste prediche teologiche-moraliste. Da che letto viene una lezione su Dio e la sua misericordia! Da uno che ha fatto dell’offesa, del dileggio e dello sberleffo sbraitato la prassi della relazione umana.
Ti auguro una presta guarigione.
Te ne sei andato dalla nostra città. Non ti rimpiangiamo e potremo continuare a vivere in pace senza il tuo infantile protagonismo dai piani alti del policlinico.

Beppe Manni
23 dicembre 2015

filosofia e religione

la corrente Chassidica da Paola G.

PT: SEMPRE NELL’OCCHIO DEL CICLONE MEDIATICO

È un dato innegabile che dopo la rielezione della presidente Dilma nel 2014, hanno fatto irruzione sulla scena politica molta rabbia e perfino odio contro il PT e contro l’attuale governo. Lo attesta un ex ministro del partito di opposizione, del PSDB, Bresser Pereira, con queste pesanti parole: «È in atto un fenomeno che io non avevo mai osservato in Brasile. All’improvviso, ho visto un odio collettivo della classe alta, dei ricchi, contro un partito e una presidente. Non si trattava di preoccupazione o paura. Era odio. Quest’odio proviene dal fatto che esiste per la prima volta un governo, che è di centro sinistra e che si è confermato di sinistra. Ha fatto accordi arrischiati, ma non ha abbandonato il timone. Continua a difendere i poveri contro i ricchi. L’odio proviene dal fatto che il governo ha rivelato una preferenza forte e chiara per i lavoratori e per i poveri» (FSP 01-03-2015).

Quest’odio è stato gonfiato fortemente dalla stampa commerciale di Rio e di San Paolo, da un canale di TV a diffusione nazionale e specialmente da una rivista settimanale che non è solita brillare per morale giornalistica e, non raramente, lavora direttamente a falsificare notizie e a mentire. Questo odio ha permeato i mezzi di comunicazione sociale e ha raggiunto perfino la strada. Tale atmosfera avvelena pericolosamente i rapporti sociali al punto che già si odono voci che invocano il ritorno dei militari, per un colpo di Stato o per un impeachment.

Tale fatto va denunciato perché sia chiara la bassa intensità del tipo di democrazia che abbiamo. Soprattutto va interpretato. Non piangere né ridere, ma tentare di capire. Forse le parole dell’ex presidente Lula possono chiarire la situazione:

«Loro (le classi dirigenti conservatrici) non riescono a tollerare il fatto che, in 12 anni, un presidente che ha soltanto il diploma di scuola media è riuscito ad aprire l’università a più studenti che loro in un secolo. Che questo presidente ha messo nelle scuole tecniche un numero di studenti tre volte mezzo più grande che loro in 100 anni. Che ha portato l’energia elettrica gratuita a 15 milioni di persone. Che non ha permesso di privatizzare la Banca del Brasile, la Banca Economica Federale, la Banca dello Espirito Santo, di Santa Catarina e del Piauì. Che negli ultimi 12 anni ha aperto le banche a oltre 70 milioni di persone, a gente che entrava in un’agenzia bancaria per la prima volta in vita, per un motivo che non fosse pagare una bolletta.

Penso che tutto questo spiega l’odio e la menzogna di queste persone. Che anche i poveri viaggino in aereo comincia a infastidire; che frequentino una facoltà comincia a turbare; tutto quello che è conquista sociale dà noia a un’élite perversa». (Discorso al sindacato dei bancari dell’ABC, del giorno 24 luglio 2015: Jornal do Brasil (JB) on line, 25 luglio 2015.

Posso immaginare l’enorme difficoltà delle classi proprietarie con il loro poderosi mezzi di comunicazione ad accettare la profonda trasformazione nata nel paese con l’avvento del PT, venuto dal basso, dal seno di coloro che sempre sono stati ai margini e ai quali si sono negati diritti e piena cittadinanza. Come ha scritto sul giustamente economista Ladislau Dowbor della PUC di São Paulo:

«Loro vogliono il ritorno al passato, farla finita con le politiche pubbliche, vogliono bloccare l’ascesa della piramide, cosa che li spaventa». E aggiunge: «La macchina amministrativa ereditata era stata studiata per amministrare privilegi, non per prestare servizi. E i privilegiati la rivogliono indietro» (Carta Maior 2015).

Effettivamente quello che è avvenuto non è stato un semplice scambio di potere ma il costituirsi di un’altra base di potere, quello popolare repubblicano, che ha dato centralità al sociale, facendo sì che lo Stato, bene o male, prestasse servizi pubblici, a favore di circa di 40 milioni di persone, fatto di una magnitudine storica.

Per capire il fenomeno dell’odio sociale ci vengono incontro analisti della violenza nella storia. Mi riferisco specialmente ai pensatore francese René Girard (*1923) che sta nel numero dei migliori.

Secondo lui, quando nella società si acutizzano i conflitti, l’oppositore principale riesce a convincere gli altri che la colpa è di tale o tale persona o partito. Tutti allora si rivoltano contro di lui, facendone un capro espiatorio sul quale collocano tutta la colpa e le corruzioni (cf.Le bouc émissaire, 1982). Così sviano l’attenzione dalle proprie corruzioni e, soddisfatti, continuano con la loro logica pure corrotta.

Oppure si può attribuire agli accusatori quello che il grande giurista e politologo tedesco Karl Schmitt (+ 1986) la applicava a un intero popolo. Questo per “garantire una identità deve a identificare un nemico e squalificandolo con tutto il tipo di preconcetti e diffamazioni”. (cf. O conceito do político, 2003). Ora, questo processo fatto o sistematicamente contro il PT, un vero teppismo collettivo. Con questo si cerca di invalidare le conquiste popolari raggiunte e ricondurre al potere quelli che storicamente sempre stigmatizzavano il popolo come caboclos ignoranti o scarti sociali, e avevano occupato gli apparecchi dello Stato per poterne usufruire

Distorce la mia intenzione chi pensasse con quello che ho scritto sopra che io sto difendendo quelli del PT che si sono corrotti. Devono essere giudicati e condannati e infine espulsi dal partito.

L’avanzare del popolo attraverso il PT è troppo prezioso perché sia annullato. Le conquiste devono continuare e consolidarsi. Per questo è urgente smascherare gli interessi antipopolari, frenare l’avanzata dei conservatori che non rispettano la democrazia e che desiderano il ritorno al potere con qualche tipo di colpo di Stato.

*Leonardo Boff, ecologo, teologo e filosofo

Traduzione di Romano e Lidia Baraglia

intervista di frei Betto

Pezzi della intervista di frei Betto (pezzi sul governo del PT):

 

“IO TEMO CHE LA PRESIDENTE DILMA RINUNCI”, DICE FREI BETTO
(Folha di Sao Paulo, 9 agosto 2015, Ricardo Mendonça)

 

Domanda -Nello scenario attuale, che vede insieme crisi politica e stagnazione economica, denunce di corruzione e bassa popolarità di Dilma, che cosa la preoccupa di più?

Il Brasile sta vivendo un momento di forte insoddisfazione, non solo nei confronti del governo. Insoddisfazione per la mancanza di utopie, di prospettive storiche, di ideologie di liberazione.  Dal 2013 (giugno 2013), quando ci fu quella grande manifestazione atipica, non c’è stato nessun partito, nessuna dirigenza, nessun discorso. E fu una manifestazione enorme, in cui le persone protestavano. C’era la protesta, ma non c’erano proposte. Questo ha attirato molto la mia attenzione. E quando – questo è noto in campo terapeutico – si entra in uno stato di  amarezza e non si vedono soluzioni, vie d’uscita, non si riesce a valutare razionalmente quel che si sta vivendo, non si riescono a vedere cause e prospettive. Tutto resta a livello di emozioni.  Ho detto ad alcuni amici che la mia generazione ha vissuto grandi divergenze politiche durante la dittatura, anche all’interno della sinistra, divisioni profonde. Ma il dibattito era a un livello razionale. Si discuteva di progetti, programmi e prospettive storiche. Oggi, la discussione è emotiva. E’ come una lite dentro una coppia in cui è finito l’amore. E’ come premere l’acceleratore di una macchina finita in un pantano: quanto più si accelera più si affonda nel fango. E stiamo vivendo questo.

D-E il governo?

Il governo, che io considero il migliore della nostra storia repubblicana – i due di Lula e il primo governo Dilma – ha avuto grandi meriti, con l’inclusione economica di 45 milioni di brasiliani; e creato grandi equivoci come la non inclusione politica. Al contrario di quello che ha fatto l’Europa all’inizio del XX secolo, il governo del PT ha favorito l’accesso dell’insieme della popolazione brasiliana a beni personali, quando avrebbe dovuto iniziare con l’accesso ai beni sociali. La metafora che utilizzo è la baracca della favela. Lì dentro la famiglia ha computer, cellulare, elettrodomestici come  cucina a gas, frigorifero, micro-onde, e ai piedi della favela una macchinetta, grazie alla facilità del credito. Ma la famiglia vive nella favela. E non ha fogne, non ha una vera casa, non ha mezzi di trasporto, non ha buona sanità, educazione, sicurezza. Risultato: è stata creata una nazione di consumatori, non di cittadini.
 
D-Perché secondo lei, le cose, sotto il PT si sono sviluppate in questo modo, cioè c’è stata l’opzione per la promozione del consumo e non l’altra?

Perchè il PT ha perso il suo orizzonte storico. L’orizzonte che aveva nei documenti delle origini. Di trasformazione, di realizzazione di riforme rilevanti.

D-Ma in che momento l’ha perso?

Ah, quando è arrivato al potere. E’ stato quando ha scambiato un progetto di Brasile per un progetto di potere. Restare al potere è diventato più importante che realizzare riforme importanti e necessarie per il paese, come la riforma agraria, tributaria, dell’educazione, sanitaria ecc. In 12 anni, l’unica riforma che abbiamo è l’anti-riforma politica di  Eduardo Cunha (attuale presidente della Camera).

D-Perchè il PT non ha fatto queste riforme?

Perchè aveva paura di perdere alleati e non si è saputo assicurare la governabilità dal basso. Ha cercato di assicurarsela dall’alto. Non ha  seguito l’esempio di  Evo Morales (presidente della Bolivia), che oggi ha l’80% di consenso, è il secondo presidente – per consenso – dell’America Latina, dopo il presidente della Repubblica Dominicana. All’inizio  non aveva l’appoggio né del mercato né del Congresso; ha cercato di assicurare la governabilità attraverso i movimenti sociali e oggi ha il consenso di tutti.

D-Il PT ha avuto paura di abbracciare questa strada?

E’ stata una strategia sbagliata per restare al potere. “Facciamo alleanze con chi ha il potere, noi stiamo al governo”. Una cosa è stare al governo e un’altra stare al potere. Questo è andato bene per un po’. Solo che c’è una questione di classe che è radicata nella struttura sociale brasiliana. E improvvisamente i settori conservatori, vedendo che non c’erano proposte, e prospettive storiche  hanno deciso di procedere. É il momento che stiamo vivendo. Anche Lula è diventato vittima ora. Non di un attentato politico. Ma di un attentato terroristico. Questo (una bomba lanciata contro l’Istituto Lula, giorni fa) è un attentato terroristico. Lanciare una bomba su un edificio che ha assunto una simbologia politica è un attentato terroristico. Se fosse successo nella sede del Partito Democratico USA o nell’ufficio di Bill Clinton – un buon paragone – il giorno dopo il mondo intero avrebbe detto: “Bill Clinton ha subito un attentato terroristico”. E’ evidente che la stampa brasiliana non ha voluto dare spazio alla cosa, una certa stampa. Da una parte alcuni sono arrivati a insinuare che lo stesso PT avrebbe preparato questa bomba per cercare di vittimizzare Lula e il partito. Ma la cosa più grave è che non è stato dato lo spazio dovuto alla cosa, forse perché non interessa. Interessa solo che Lula appaia come accusato per il ‘Lava Jato’ (caso Petrobrás) non come vittima di un attentato terroristico.

 D- Ci sono stati anche ex-ministri insultati nei ristoranti …..

Esattamente. Stiamo vivendo un’onda di rabbia. E per mancanza di coscienza politica della nazione, di coscientizzazione. I partiti sono diventati, “partiti in affitto”, la política è diventata mediocre e “Lava Jato” (caso Petrobrás) sta mostrando  come si muove il potere in Brasile tra favori politici  e conquiste economiche.
D-Ho letto recentemente che lei ha avuto una lunga conversazione con Lula…

Sono amico di  Lula e sono amico di  Dilma.

D-Si,  ma ha parlato loro in questi termini?

Certo, allo stesso modo in cui sto parlando ora. Io prendo posizione pubblicamente. Sono stato a parlare con Dilma il 26 novembre, con Leonardo Boff e altri. Le abbiamo consegnato un nostro testo.  Siamo stati lì più di un’ora. Oltre a Dilma c’era Aloisio Mercadante, il capodigabinetto della Presidenza.

D-E come reagiscono a questo tipo di critiche?

Le accettano. Ci hanno ringraziato: “grazie per essere venuti, vediamo se ci possiamo vedere tra sei mesi per parlare di nuovo”.  Ma è tutto qui. E poi fanno tutto in un altro modo. Cosa vuole che faccia? Mi metta a piangere? La conversazione è stata ottima. Dilma ha accettato tutto quello che abbiamo detto, sull’importanza della riforma agraria, dei quilombos, dei popoli indigeni, sul ruolo delle donne, dei programmi sociali, del fatto che non si possono fare tagli in settori come l’educazione e la sanità. E ci rispondevano: “è proprio così, lo sto pensando anch’io…”. Il testo sta là, ce l’ho molto chiaro nella testa.  Io ho un buon rapporto con tutti e due   [Dilma e Lula]. Io parlo liberamente. Loro mi stanno a sentire. Lula anche. A volte dice che la colpa non è sua, la colpa è di non si sa chi, è del partito, è di Dilma, è della congiuntura; e poi dice “ma abbiamo anche fatto…”.

D-L’ex-presidente Lula ha già parlato criticamente dell’allontanamento del PT dai movimenti sociali. Perchè è successo?

Avviene nel momento in cui il PT fa l’opzione della “Lettera al popolo brasiliano”, durante il primo governo Lula. Era una lettera ai banchieri e agli imprenditori.  Era detto chiaramente: “vogliamo assicurare la governabilità attraverso l’elite, non attraverso legami con le nostre origini che sono i movimenti sociali”. E’ allora che viene creato il  Gran Consiglio, al quale sono  invitati leader dei movimenti sociali. Ma sono gli imprenditori che comandano lì dentro. E pian piano i dirigenti (dei movimenti sociali) se ne sono andati. E poi il   Gran Consiglio, che era un consiglio di consultazione  e discussione, è diventato un mero luogo di ascolto e di approvazione degli annunci della Presidenza. E oggi  esiste appena. Ossia, questo dialogo minimo con la società civile ………oggi a malapena esiste. É quello che Dilma dovrebbe fare, creare un Consiglio Politico. Perché non sarebbe una forzatura. E’ previsto nella Costituzione del 1988, è una cosa normale, Lula lo ha fatto. Non come avrebbe dovuto. Avrebbe dovuto essere più democratico, la gente dei movimenti sociali avrebbe dovuto avere più spazio, ma lo ha fatto. Con questa crisi, non serve che Dilma sostenga Temer (vice-presidente). Deve ascoltare la società. Deve uscire dal palazzo, uscire dalla tana.

 

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