don Fortunato Provvisorio

Foto CB

al secolo don Carlo Bertacchini

Biografia

Ieri alla ore 10 è morto, all’ospedale di Formigine all’età di 77 anni, don Carlo Bertacchini parroco di Morano.

Don Carlo era nato a Cognento nel 1933. Andò in seminario all’età di 11 anni a Nonantola. Ordinato prete dal vescovo Cesare Boccoleri nel 1956, fece il cappellano a Formigine, Collegara e Vignola. Diventò parroco di Cassano e poi di Morano che resse come arciprete per 47 anni. Fu toccato da tragedie familiari: suo fratello Livio morì a 45 anni e sua sorella Vera a 42. Ma ciò che lo faceva soffrire maggiormente era stata una certa incomprensione dei suoi confratelli preti, che non capirono pienamente le sue parole e  scelte legate alla parola del vangelo.

Da qualche anno era ammalato, era così tornato nel suo paese natale  ospite della Casa del Clero di Cognento. La sua lunga via crucis è terminata dopo essere stato tre mesi all’ospedale di Baggiovara.

La sua formazione teologica era stata caratterizzata dalla tradizionale dottrina del Concilio di Trento. Il Concilio Vaticano II rinnovò profondamente il suo impianto tradizionale teologico. La sua vita di prete e parroco pian piano cambiò. Carlo datava la sua seconda conversione all’età di 50 anni. Diventò così un testimone della radicalità del vangelo. Le sue parole e le sue scelte crearono qualche imbarazzo tra i preti e tra i cattolici più tradizionalisti della sua parrocchia. Diceva che amava la madre chiesa ma proprio per amore voleva “darle uno strattone” perché si risvegliasse e fosse fedele al Vangelo. La Religione doveva trasformarsi in Fede e ‘la dimensione verticale’ la liturgia e le preghiere, doveva diventare ‘dimensione orizzontale’ ossia amore per i poveri e capace di trasformare la società. La canonica era il luogo dove si incontravano ragazzi, giovani e adulti. Aveva organizzato un incontro mensile a cui partecipavano non solo i moranesi ma “amici-discepoli” da Modena, Sassuolo, Formigine, Reggio e Sassuolo. Lo seguivano e lo aiutavano insieme ai parrocchiani specialmente nell’annuale raccolta per i lebbrosi del Brasile che affidava all’amico prete don Arrigo Malavolti. Sono rimasti impressi nella mente dei ragazzi e degli adulti, i cartelloni che scriveva e appendeva davanti alla chiesa e davanti all’altare, sulla pace e sulla fraternità. Le feste tematiche sulla pace e la povertà. Ma specialmente i corsi di catechesi biblica per i ragazzi, per gli sposi, per gli adulti, perchè diventassero cristiani adulti e consapevoli.

Don Carlo è stato un buon pastore; la canonica era aperta a chiunque voleva fermarsi, tutto quello che aveva e riceveva lo condivideva. E’ stato un umile testimone della fede e della parola del vangelo nella povertà, nell’amore e nella sofferenza. Ha creduto all’utopia insegnata da Cristo.

Amò il paese di Morano, sperduto villaggio della montagna. Organizzò le feste paesane, il carnevale a tema per i ragazzi, costruì un piccolo capannone per ospitare incontri e feste. Per anni girò con il pulmino a raccogliere i bambini per il catechismo. Come altri parroci della montagna, per trattenere i montanari dall’esodo, aveva allestito un piccolo laboratorio per fabbricare ceramiche artistiche. Lui stesso dotato di genialità artistica le disegnava e le costruiva, insieme a collaboratori locali.

Nel suo testamento che ha consegnato ai familiari e a un gruppo di amici, aveva lasciato dettagliate disposizioni per il suo funerale. Si era già fatto costruire la cassa che teneva in casa, da un falegname suo amico: all’interno c’erano i vestiti in borghese coi quali voleva essere rivestito dopo la sua morte, il cristo da tenere tra le mani al posto del classico rosario e duecento copie del suo testamento spirituale che saranno distribuiti al suo funerale. Desiderava una messa celebrata nella sala riunione la sera prima e poi chiedeva provocatoriamente un “funerale civile” cioè in mezzo alla sua gente senza più passare dalla chiesa per annunciare questa sua ultima verità: la chiesa, i vescovi e i preti devono stare in mezzo al popolo.

Il suo funerale, anche se non corrisponderà in pieno alle sue intenzioni espresse nel testamento, avrà queste tappe: messa nella chiesa di Cognento alle ore ***poi a Morano circa alle ore 10 una liturgia della parola d’addio sul piazzale della chiesa tra il suo popolo e i suoi amici che potranno esprimere un loro ricordo nella preghiera. E poi sarà sepolto nel tranquillo cimitero di Morano tra sua sorella Vera suo fratello Livio.

Alla fine della messa diceva “La messa non è finita. Andate come portatori di pace non violenta”

Epitaffio scritto da don Carlo nel suo testamento per essere esposto nelle parrocchie dove è passato

Oggi ***  è tornato al Padre

Carlo Bertacchini

che saluta e ringrazia tutti

chiede perdono dei peccati di omissione a tutti

e dice a tutti, sulla parola di Gesù

ARRIVEDERCI

E il più tardi possibile  perché la vita

È un dono MERAVIGLIOSO

Il funerale civile avrà luogo….

Testamento Pastorale di don Fortunato Provvisorio

Nel 1998 don Carlo Bertacchini aveva pubblicato il ‘Testamento Pastorale di un parroco di montagna’ e ‘Ave Maria di un parroco di montagna’ (Gabrielli Editore, si trova alla Tarantola di Modena). Si firma Don Fortunato Provvisorio per ricordare che si sente fortunato per aver scoperto briciole di verità, ma la verità è ancora provvisoria in attesa della Verità con la maiuscola. Immagina che sia una lunga lettera dall’aldilà quando finalmente tutte le cose sono più chiare. Don Carlo ripercorre la sua vita, sottolinea le contraddizioni nelle quali spesso è caduta la chiesa. “A 40 anni ho fortunatamente trovato la triplice chiave della mia vita: conversione permanente, primato della Parola e filo a piombo cioè non essere in contraddizione con la coscienza” e ancora “La chiesa non forma uomini di fede, ma cattolici solo ‘informati’ e religiosi, cioè che conoscono dogmi e precetti, dei consumatori di riti, preghiere e sacramenti”. “Amo il papa, i vescovi e i cardinali come fratelli…ma il mio dissenso globale e profondo sta nel fatto che come maestri di fede …non abbiano dato e non danno il primato alla Parola (del vangelo) ma alle tradizioni” “Pazienza che sia un asino di campagna (come me) ma che siano proprio i cavalli di razza., laureati e plurilaureati, vestiti di bianco rosso e paonazzo o in clergyman, a frenare la carretta del Regno di Dio non riesco a digerirlo. E’ questo il mio magone”.

La sua teologia  e la sua pastorale la si può riassumere in questi punti

1- La chiesa dopo Costantino e Teodosio (Secolo IV) è diventata una religione di stato; si è alleata con il potere e allontanata dal pensiero di Gesù che voleva una comunità povera e impegnata per i poveri. Per essere credibile deve rinunciare ai privilegi, allo stato e alle ambasciate.

2- La chiesa non deve essere solo ‘verticale’ (preghiera e liturgia) ma ‘orizzontale’ impegnata cioè,  nel sociale tra gli uomini: i religiosi ‘contemplativi’ dovrebbero sì pregare, ma spendere metà del loro tempo in mezzo alle sofferenze del mondo.

3- La chiesa e i cristiani devono impegnarsi per la pace e la difesa non violenta. Condannare tutte le guerre e gli armamenti. I Cappellani militari sono in contraddizione con le parole di Gesù.

4- Bisogna ritornare come la chiesa primitiva a battezzare solo adulti ‘consapevoli’ come dice Gesù: “Andate e predicate chi crederà allora sarà battezzato”. Don Carlo considerava una violenza il battesimo ai bambini; si dichiarava obiettore di coscienza. Non battezzava da anni i bambini della parrocchia. Se le famiglie lo chiedevano, lui chiamava altri sacerdoti.  La cosa più giusta era che i genitori ‘presentassero’ i neonati alla chiesa e aspettare che decidessero poi loro divenuti adulti.

5- La conversione del cattolico avviene attraverso il passaggio dalla religione alla fede.

6- Maria la madre di Gesù è santa non perché è una statua da venerare nelle chiese, ma perché ha applicato le umili parole di Gesù.

7- E’ urgente cambiare “…il metodo della tradizionale pastorale è fallimentare” ad esempio le tradizionali pratiche cattoliche: Candele, processioni, benedizioni, liturgie, preghiera del rosario ecc. La notte di pasqua veniva consegnata ai capofamiglia della parrocchia una boccettina di acqua battesimale: dovevano essere loro a benedire la casa “Io quando vado nelle famiglie, scrive, vado a benedire con la Parola di Dio, per evitare il sacro commercio delle buste che è tanto redditizio specie nelle ricche parrocchie della città”.

Don Carlo nella sua “lettera dall’aldilà” rimprovera amabilmente i così detti dottori della Chiesa come S. Agostino, S. Tomaso, per le loro teorie della guerra giusta e del battesimo ai bambini e a Santa Teresina del Bambin Gesù contesta la validità di una vita passata tutta in convento. Anche papa Papa Voitila per le sue alleanze con i potenti, ha avuto un comportamento ambiguo da “polacco tradizionalista integralista”.

Nel suo testamento avrebbe voluto addirittura un “funerale civile” che non significava irreligioso. Era “ una piccola provocazione profetica”. Don Carlo infatti ha vissuto da uomo di fede e da buon prete parroco. Ha amato la chiesa e proprio per questo vorrebbe ‘dare uno strattone’ alla madre chiesa per svegliarla dal suo letargo. “Ora perdonatemi un’esclamazione spontanea di un parroco matto-morto: coraggio cara madre chiesa, svegliati dal tuo sonno plurisecolaree predica l’amore vero…nel sociale”. Dopo la messa nella sala della parrocchia il giorno del funerale vorrebbe andare direttamente al cimitero quasi per sottrarsi alle maglie delle liturgie, delle benedizioni e degli incensi ed essere consegnato solo alla sua gente, alla sua famiglia e alla nuda terra di Morano che lui ha veramente amato. Senza fiori ma solo la croce verde della speranza e un’offerta nella cesta per i lebbrosi di Goiania.

Lettere

Ogni settimana don Carlo spediva una lettera raccomandata da Morano, al Presidente della Repubblica e al Papa (segretario di Stato Vaticano) due lettere raccomandate, firmate da lui e dal Movimento Pace di Morano. Oggetto ‘Richiesta disarmo atomico-chimico-betteriologico’ era un documento che aveva già spedito alla corte internazionale dell’Aia. “Lo faccio per amore dell’umanità, scriveva don Carlo, che si trova a un bivio: in futuro il pianeta sarà un giardino o un deserto (Gioanni Paolo VI)” e chiedeva: “Una confederazione democratica mondiale di tutti gli stati…la difesa popolare non violenta organizzata dei popoli…disarmo universale controllato… nucleare, chimico e batteriologico… riconversione bellica mondiale… eserciti civili mondiali… economia di giustizia globale… autodeterminazione dei gruppi umani…una lingua unica, l’esperanto, perché gli uomini possano comunicare”. E nella conclusione accusava presso la corte dell’Aia di reato colposo internazionale contro la Pace e l’Umanità, gli stati che possiedono armamenti nucleari, chimici e batteriologici.

Nel 1995aveva scritto una lettera aperta all’ordinario militare, il vescovo dei militari. Denunciava, la logica antievangelica degli eserciti e della presenza in essi dei cappellani e dei vescovi militari. Denunciava in particolare la mancata decisa condanna delle gerarchie degli armamenti nucleari e il silenzio sulla prassi della non violenza che deriva dalle parole di Gesù dell’amore verso al nemico e del non uccidere.

Beppe Manni

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