Archivi tag: diocesi di Modena,

I 10 ANNI DELLA CHIESA DI GESÙ REDENTORE

(Gazzetta di Modena 9-Settembre-2018)

 La parrocchia del Redentore al Villaggio Giardino domenica 9 settembre 2018 festeggia i dieci anni dell’inaugurazione della chiesa. “La nostra chiesa compie 10 anni” è la sigla della Sagra.

La grande struttura progettata dall’architetto Mauro Galantino voluta dal vescovo Benito Cocchi e dal parroco don Marco Pongiluppi fu consacrata il 4 maggio del 2008. Dopo la guerra con la nascita delle seconde periferie i vescovi costruirono nuove chiese: San Pio X, La Pellegrina, Santa Rita, La BVA, Santa Teresa, San Lazzaro, San Giovanni… San Faustino e La Madonnina; proprio dalle loro costole nacque la chiesetta del Villaggio Artigiano in via E. Po nel 1965. Era dedicata a San Giuseppe Artigiano perché piantata in mezzo al nuovo villaggio operaio voluto dal sindaco Corassori. Il primo parroco fu don Armando Covili. Nel 1969 dopo un‘interregno di don Antonio Mantovani la parrocchia  fu affidata da Mons Amici ad una comunità di due preti e un laico: don Beppe Manni, don Gianni Ferrari e Franco Richeldi. Nel 1976 uscirono per fondare la comunità di Base del villaggio Artigiano. Per sei mesi resse la parrocchia Padre Alberto Garau un collaboratore gesuita. I parroci che seguirono furono don Nino Ansaloni, don Maurizio Setti, don Gaetano Popoli. La parrocchia era molto grande: confinava con San Faustino, la BVA, Cognento e Santa Rita. Crescevano le abitazioni:  nel Villaggio Zeta e nel Villaggio Giardino. Furono create altre due Parrocchie San Paolo, e la Beata Vergine Immacolata, in via Cannizzaro che ebbe tre parroci don Santino Boncompagni, don Luciano Benassi e infine don Marco Pongiluppi. Negli anni 90 si cominciò a pensare all’unificazione del Villaggio Giardino e Artigiano. La fusione non fu indolore. Alla fine per volere del Vescovo nacque la nuova Parrocchia di Gesù Redentore nel 2001. Era parroco don Marco Pongiluppi. Dal 2016 anni regge la parrocchia don Fabio Bellentani.

La ‘Chiesa’ del Redentore ha una struttura nuova e può suscitare qualche perplessità. Ma ricordiamo che le chiese nei secoli hanno sempre riposto alla spiritualità del tempo.

Il Duomo costruito nel 1100, è simbolo dell’ identità cittadina non solo religiosa ma anche civile. San Bartolomeo nel 1600 esprime nella barocca monumentalità della architettura, delle sculture e degli affreschi, la vittoria della chiesa cattolica sul protestantesimo. San Barnaba piena di statue e quadri devozionali, significa la “pietas” dei cristiani del 1700.

Le chiese parrocchiali costruite dopo il Concilio tolgono altari laterali e statue e proiettano l’attenzione sulla mensa eucaristica rivolta ai fedeli. Oggi in una città come Modena, laica e disincantata, aveva forse bisogno di altri segni facilmente leggibili. L’ampio sagrato della Chiesa del Villaggio è uno spazio di incontro offerto alla comunità e alla città. Nell’aula risalta immediatamente la centralità dell’altare. Di fronte, il grande ‘ambone’ indica l’importanza della “Parola di Dio”. Poi il Fonte Battesimale con acqua corrente e il Giardino degli ulivi. Vicino alla chiesa, le aule e le sale della catechesi. E poi la Casa della Carità. Il servizio volontario per i cittadini più deboli, è un segno trasparente e comprensibile per l’uomo di oggi.

“Il decennale della chiesa, commenta il Parroco don Fabio, è un momento prezioso per fare memoria della nostra storia e delle persone che sono il cuore della comunità e per riscoprire il ruolo e la missione della chiesa oggi a Modena. La nostra comunità vive all’insegna della corresponsabilità non solo per la gestione delle strutture parrocchiali, ma della vita della comunità, nell’evangelizzazione, nella liturgia nella solidarietà. L’attenzione e il servizio alle persone che vivono nel territorio sono possibili perché laici e laiche se ne prendono cura con passione e intelligenza. Credo che questa sia la cifra più evidente per leggere la parrocchia, e anche il nodo su cui continuare a lavorare e a crescere nel rispetto vicendevole e nella cordialità dei rapporti”.

 

All’articolo apparso sula Gazzetta di oggi aggiungo alcune notizie storiche e prospettive possibili per un futuro immediato, che ho omesso sia per ragioni di lunghezza che di opportunità giornalistica.

1 – L’accorpamento delle due parrocchie Villaggio Artigiano e Beata Vergine Immacolata non fu voluta dai parrocchiani, né dai cittadini. Ci sono state contrapposizioni dure e sofferenze inascoltate. Le due comunità erano cresciute con una loro particolare fisionomia (amicizie, tradizioni, ruoli e sensibilità) che rischiò di andare perduta. Specialmente l’anima dell’Artigiano che aveva mantenuto alcune caratteristiche innovative ereditate dalle sperimentazioni degli anni 70.

2 – L’unione di parrocchie che ancora si sta facendo in diocesi, ha una ragione organizzativa (pochi preti, paesi quasi disabitati specialmente in montagna, funzionalità amministrativa ecc) ma rischia di schiacciare e cancellare le piccole comunità e di sguarnire territori che rimangono isolati. Al Villaggio Artigiano la cancellazione della parrocchie e addirittura l’abbattimento per ragioni economiche della chiesetta di via Emilio Po, eliminò l’ultimo riferimento sociale del territorio ora desertificato. Non è stata nemmeno costruita come promesso un’edicola religiosa in ricordo o a memoria…

3 – La struttura della struttura del Redentore come ho sempre sostenuto, è stata costruita secondo i dettami di una fede conciliare e moderna. Le numerose critiche sono spesso dettate da una “ignorantia fidei” del cattolico medio legato alla sua religiosità infantile fatta di statue, candele, altari e liturgie consolatorie. Altro discorso l’eccessiva e mastodontica grandezza degli edifici costruiti in un momento di vacche grasse e volute da una mentalità trionfalistica dell’allora vicario Verucchi (e non solo) e della disponibilità buona finanziaria legata a fondi elargiti in occasione del Giubileo del 2000. Oggi si fa fatica a gestire la struttura e a mantenere il costo della gestione e manutenzione.

4 – Sembra che nel 2000 si privilegiano struttura più leggere e duttili spendibili per diverse iniziative sul territorio come sono le ultime chiese di san Lazzaro e Regina Pacis e prima ancora Santa Rita.

5 – Ma. Il futuro ci aspetta al varco. La parrocchia non può rispondere ai bisogni del territorio (sport, cultura scuole) come hanno fatto le vecchie parrocchie e come purtroppo a mio avviso stanno continuando a fare molte chiese. Un esempio per tutti la Parrocchia di Formigine con ricreatori, oratori, campi sportivi, squadre sportive…che accentrano tutti gli aspetti della vita sociale del paese rubando o contrapponendosi al Comune con il quale si collabora solo per non sovrapporre alcune iniziative. L’organizzazione assorbe preziose energie che andrebbero spese per la cura pastorale l’evangelizzazione (cura dei gruppi, incontro con le persone in casa e sulla strada..). La comunità cristiana è chiamata ad altre cose.

6 – Ma lo snellimento, la povertà delle strutture e la collaborazione dei cosiddetti laici non è ancora la soluzione. Al Giardino ad esempio potrebbero nascere almeno quattro piccole comunità fuori porta: all’artigiano in via N. Biondo; in Via Cannizzaro dove c’era la vecchia parrocchia. In via Euclide nei nuovi insediamenti e in un locale dell’attuale parrocchia. In salette piccole, con un ’pastore’ che non sia il parroco. Coloro che lo desiderano si trovano la domenica mattina o il sabato pomeriggio; fanno la lettura e il commento, pregano e poi parlano del territorio delle necessità specialmente delle persone sole e dei malati. Si prendono impegni. Sono autonomi non si impone loro l’obbligo della messa domenicale (Cfr Atti capitolo 15 quando a Gerusalemme gli apostoli decidono di differenziare le comunità dei credenti: per i nuovi battezzati non viene richiesto di caricarsi di tutte le liturgie e obblighi della sinagoga). Un coordinamento leggero ‘territoriale’, può essere tenuto dal parroco o da qualcun altro…Questa modalità sarebbe spendibile per molte altre  realtà cittadine e provinciali.

CHE NE DITE?

Beppe Manni

Annunci

Incontri col vescovo

INCONTRO COMUNITA’ con DON ERIO
SABATO 16 febbraio 2019

Sala di Quartiere – ore 18 – 40 presenze – Verbale.

Introduzione di Sandro Desco coordinatore: ci siamo trovati diverse volte nel mese di Gennaio per parlare del problema profughi (sollecitati sia dai documenti del Vescovo che dall’impegno del gruppo di Nonantola “Diaspora Africana” e della Scuola al Villaggio);  e del tema dell’interruzione della gravidanza (emerso in un passaggio della lettera di Natale del vescovo e che aveva suscitato perplessità).              Sull’immigrazione come stanno reagendo i preti e le parrocchie?

I ACCOGLIENZA IMMIGRATI

Vescovo: Imbarbarimento del linguaggio; non si riesce a dialogare con serenità senza accuse reciproche. Si confondono le cause con gli effetti. I migranti diventano il capro espiatorio. D’accordo sui principi ci si divide sulle scelte pratiche. Non ci dobbiamo arrendere: miti e fermi, mite fermezza. Bisogna recuperare la ‘pancia’ senza arrivare alle condanne. Calpestiamo i poveri che sembrano non gli aggrediti ma gli aggressori. Pensiamo all’altro solo astrattamente. Se incontri la persona e vedi un volto cambi atteggiamento; (Es Malù…). Nella Cei ho notato una buona convergenza di vedute e comportamenti anche di Bagnasco e Bossetti. La Caritas a Modena e nelle parrocchie fa accoglienza Porta Aperta è impegnata in un prima accoglienza. In diverse parrocchie in appartamenti autogestiti (82 accoglienze solo in città e periferie immediate), vengono sistemati alcuni giovani immigrati, (in via dei Servi ad esempio ma anche a S. Lazzaro e BVA…) Non solo immigrati ma anche ex carcerati per inserirli nella società e nel lavoro.

Matea: Insegno in una scuola; sono molti stranieri. Tra i ragazzi e le ragazze c’è un’integrazione naturale. Altro esempio il Tassoni dove ci sono insegnanti sensibili preparati. Essere giovani aiuta molto.

Cicci: solo la conoscenza reciproca fa superare i pregiudizi. Va favorita. Lo sperimento nella scuola per ragazzi africani che facciamo in queste sale. Voglio ricordare anche l’esperienza della parrocchia di don Paolo. I ragazzi che abitano un appartamento in un condominio di anziani, si offrono per fare la spesa, accompagnare e aiutare in piccoli lavoretti. La cosa funziona.

Beppe: Nel doc. pastorale del Vescovo ”Al di là dei loro mezzi” si parla di luoghi di integrazione come lo sport e la scuola, che a mio avviso nelle elementari e medie è il luogo privilegiato  di conoscenza e di naturale integrazione. Come lo è per gli adulti nel mondo del lavoro (fabbriche). Vanno ricordati questi aspetti positivi già esistenti. Nella lettera per San Geminiano si parla di profezia cioè di coraggio nel fare cose nuove e contro corrente come segni di speranza. Io ricordo che negli anni 70 e 80 al Villaggio in parrocchia, nella Comune, nelle famiglie era naturale un tipo da accoglienza per ragazzi senza famiglia, gente senza dimora e di passaggio, tossici d ex internati…

Rina: Superare gli aspetti negativi del primo impatto.

Gilli: Sono ginecologa al policlinico di Modena. Bisogna evitare la normalizzazione del male che avviene quando cancelliamo il volto della persona il “decreto sicurezza” è una modalità che cancella la drammaticità della legge. Impariamo dai ragazzi che fuori dal controllo parentale dialogano liberamente. Non parliamo più di stranieri ma di abitanti. E poi lavoriamo sul piano politico: occorre un documento condiviso formato da una piattaforma espressa da diversi gruppi che collaborano.

Vesce: Dobbiamo riflettere sulla mente umana sulla sua complessità nel singolo e nella società.

Bianca: I bambini ci insegnano: non hanno preclusioni. Sono gli adulti che impediscono l’inserimento ad esempio nelle feste di compleanno a causa dei regali troppo costosi vengono automaticamente esclusi gli stranieri. Il bombardamento salviniano ha fatto terra bruciata.

Chiara: Problema del linguaggio: ad es. l’‘Accoglienza’ è stata affidata all’istituzione e a specialisti, escludendo la comunità civile. La persona scompare nel limbo dei tre anni di attesa. L’amore del quale parla paolo in I Cor. non può essere tradotto in legge. Ricordo quello che negli anni 70 e 80 si faceva al Villaggio. Nell’incontro qui un mese fa, i giovani africani della diaspora hanno gestito loro l’incontro.

Luciano: Un sistema delegato a dei professionisti. L’Accoglienza ormai è quella regolata da salvini con standard ben regolamentati. Ricordo che nel 38 gli italiani davanti alle leggi razziali si accorsero solo allora di avere nello stesso banco dei “diversi” gli ebrei. E’necessario agire con mitezza ma duramente.

Mauro: Il pregiudizio è una grave malattia che dobbiamo governare nella scuola tra gli adulti e nel mondo del lavoro.

Paola: La paura dell’oggi e del domani la viviamo tutti. Non sappiamo trovare una risposta. Le diverse risorse e realtà devono mettersi in rete e lavorare insieme in Quartiere e in città dando un senso comune alle parole per trovare un linguaggio condiviso, partendo da bisogni comuni e perché le parole acquistino forza (‘non ne muoiono più in mare’!…ma in realtà ne muoiono di più in altre parti..”). Partire dal territorio per trovare credibilità nella politica.

Maria: Quando ero impegnata in quartiere con gli anziani si lavorava molto in squadra tra comune e parrocchia, e le cose funzionavano. Mi sembra che si parli poco in parrocchia e in quartiere dei profughi africani.

Bepi: Operare una purificazione dl linguaggio con mitezza e durezza. Parlare con tutti quelli che incontriamo, ascoltando le preoccupazioni reali della gente. Non sempre funziona l’effetto Malù.

Luigi: (Racconta esperienza del gruppo Diaspora africana’ e dell’esperienza positiva della Caritas dell’inserimento nel paese di Nonantola di una famiglia eritrea). Il problema principale dei ragazzi che vengono messi fuori dalle strutture è la casa. I ragazzi di Nonantola hanno fatto una cassa comune. In alcuni cercano un appartamento in affitto, lavorano e possono pagare ma nessuno affitta una casa. Noi possiamo garantire per loro ma non è sufficiente. La diocesi può dare un appartamento?

Vescovo: Con il sindaco la Caritas ecc abbiamo un buon rapporto istituzionale, anche se la visita insieme ai malati all’ospedale dell’altro giorno è stata criticata come mossa elettorale. Sono rimasto deluso dal PD che non ha portato avanti per mancanza d coraggio, il “Diritto di Cittadinanza”. Importanza dell’informazione per non soggiacere al letame sparso dai social: è un gigante Golia che non riusciamo ad abbattere. Diverse parrocchie hanno garantito o pagato l’affitto di appartamenti: ma a Modena ci sono, dice la Maletti, quasi 20.000 posti liberi ma non disponibili.

II INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA

Desco: Abbiamo apprezzato lo sforzo di tradurre nell’oggi il nucleo profondo dell’annuncio cristiano del Natale. Tuttavia non possiamo nasconderti un certo imbarazzo, un dissenso che riteniamo doveroso esprimerti con franchezza, con spirito fraterno, per la stima reciproca che ci lega. A noi è sembrato quantomeno inopportuno (qualcuno ha detto sbagliato, altri inaccettabile) il tuo parallelismo tra la mancata accoglienza di una vita ancora non nata e quella dei disperati che ci chiedono aiuto: un progetto di vita con persone vive, con un volto e un nome. Pensiamo di intuire le ragioni anche di tipo politico e di equilibri interni alla Chiesa, e osserviamo pure che il messaggio si mantiene fondamentalmente su un livello etico, però manteniamo le nostre riserve. Ne abbiamo discusso tra noi, con accentuazioni e sensibilità diverse, durante la preghiera domenicale dedicata alla cosiddetta Sacra Famiglia. La culla e il barcone, per restare alla metafora, hanno ciascuno la propria specificità e vanno trattati con parole e pensieri e strumenti diversi. Non vorremmo proprio che si ritornasse alle aspre dispute e contrapposizioni di tanti anni fa, quando le parole di colpevolizzazione delle donne oscuravano le verità nascoste, i drammi di coscienza, le difficoltà di una scelta, quando le condanne avevano preso il sopravvento sulla misericordia. Alcune donne della comunità hanno scorto l’eco del clima di allora nelle tue parole: “Sono inaccettabili per la coscienza perfino le leggi e le norme dello Stato, quando permettono e programmano lo scarto della vita nel grembo…”. Evidentemente le ferite non sono ancora del tutto rimarginate e ci sono ancora nervi scoperti. Proprio per questo riteniamo importante riuscire a mettere a confronto le tue con le nostre opinioni sulle problematiche relative alla maternità e alla sua eventuale interruzione. In modo pacato, per continuare ad arricchire il nostro dialogo con un confronto vero. Nella nostra storia di comunità e di città abbiamo memoria delle lotte e dell’impegno specialmente riguardo referendum del divorzio e in parte su quello dell’aborto; la maggioranza anche delle donne cattoliche ‘silenziosamente’ hanno votato secondo coscienza non seguendo le pressanti direttive della gerarchia.

Gilli: Apprezzo il prezioso lavoro del Vescovo, ma ho letto con dispiacere alcune affermazione del vescvo: aumentando le paure delle donne si rischia di perdere tra di loro altro consenso. Nella gerarchia e nella società la componente maschile non si rende conto delle sofferenze delle donne di fronte a certe e scelte: minare leggi che depenalizzano queste scelte, esse sarebbero destinate alla  clandestinità senza nessuna garanzia. Sono due i piani quello morale personale e quello politico: le leggi non vanno tolte ma caso mai migliorate (informazione, assistenza, accoglienza). La chiesa ha troppa paura, non si può sostituire alle libere scelte delle donne. Deve inventare un nuovo linguaggio per la cura della persona che sostituisca quello vecchio. Si può chiamare persona la formazione delle prime cellule uguale al bambino nato? Trovare nuove vie di spiritualità.

Bianca: I medici  obiettori di coscienza tra sono troppi e sembra che lo facciano anche per ‘fare carriera’. Le leggi sono leggi. L’aborto è sulla pelle delle donne ma non si parla mai della responsabilità degli uomini.

Renata: Non ho condiviso le parole ‘scarto del grembo’. Io ho vissuto in una famiglia accogliente ma comprendo la drammaticità di altre situazioni. Mi è dispiaciuto che venga detto questo sulla sofferenza delle donne. La 194 va regolamentata. L’abiezione (Obiezione non proibizione), dei primi obiettori veniva pagata con la prigione, qui non è prevista. L’aborto non mi piace ma non si tratta di essere in favore o contro, è una scelta personale. Io ho accompagnato donne e ne conosco le difficoltà: nei colloqui preliminari alcune donne sono state convinte a continuare la gravidanza, altre no.

Giorgio: la 194 ha fatto diminuire gli aborti. La denatalità non dipende dagli aborti ma di una situazione sociale e culturale. Gli uomini vanno responsabilizzati.

Maria: Ricordo l’atteggiamento di Gesù con la Samaritana, la Maddalena, l’adultera e le parole, dopo il suo silenzio mentre scriveva per terra: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” rivolta agli uomini presenti.

Vescovo: Grazie del franco dissenso. Mi scuso se mai…Ho praticamente citato le parole del card Bassetto nel parallelo tra vita nel grembo e nel deserto. Nei social che non sono abituato a consultare ho ricevuto accuse di Nazista ecc. La vita nel grembo è una vita della quale bisogna tener conto, l’essere che sta per venire alla luce è una vita più debole, c’è una connessione tra prima e dopo. E’ vero ci vuole una maggiore presenza femminile (c’è una preponderanza maschile) nello scrivere i documenti. Per 18 anni ho partecipato al lavoro in un consultorio. Certe espressioni dure non mi appartengono. Non ho condiviso certi interventi e parole degli intervenuti l’altra sera alla famiglia di Nazaret nell’incontro interreligioso alla presenza di rabbino pope, pastore ecc. Non mi appartengono certi linguaggi. Riguardo alla legge 194 come vescovo la posso criticare come ho fatto del decreto sicurezza di Salvini, consapevole che regolamenta un fenomeno che già esisteva. Ma una legge può anche vietare come la proibizione sul fumo. Vi saluto, vi ringrazio e arrivederci alla prossima volta per continuare il confronto.

Gli interventi sono stati tutti appropriati e interessanti. Aggiungo tre interventi che non hanno avuto spazio nelle due ore dell’assemblea Come abbiamo osservato altre volte (cfr anche per la domenica mattina), non c’è mai silenzio nei nostri incontri, anzi. Si chiederebbe alle persone di organizzare il discorso e di rispettare una tabella di marcia per lasciare la parola anche ad altri.

Franco: Sul fronte dell’immigrazione ci sono risposte immediate per l’accoglienza e l’integrazione, ma bisogna ragionare tendendo presente i prossimi dieci anni. Oggi si assiste ad una forte e drammatica divisione nella società e nella chiesa. Vanno coinvolte tutte le forze politiche sociali e religiose per la costruzione di una nuova cultura, una visione del mondo più ampia e condivisa lavorando sulla formazione dei giovani e le nove generazioni. Anche nella chiesa bisogna incidere sulla formazione dei nuovi preti.

Beppe. Modena ha una tradizione di accoglienza e di integrazione antica: dopo la guerra diverse famiglie hanno accolto bambini napoletani senza famiglia, don Zeno a Nomadelfia ha creato famiglie per gli orfani, dopo l’alluvione del Polesine molte famiglie sono state accolte a Modena. 11.000 profughi dalmati-giuliani hanno trovato casa e lavoro nella nostra città. Poi con il boom economico i montanari del nostro Appennino, i meridionali. I profughi cileni dopo il colpo di stato di Pinochet del 1973. Le badanti dell’Est ecc.

Sandro Desco: Quale accoglienza? A furia di ripeterla ci sentiamo messi sotto accusa, come se ci venisse chiesto come dovere di farci carico degli stranieri che arrivano: con ansie e conseguente rigetto, favoriti anche dalla situazione politica impazzita. E’ doveroso attivarsi, e bene fanno papa e vescovi (non tutti però) e Avvenire e la Caritas ecc a tenere sempre viva la questione. Funziona meno il ricorso ai dati, ai numeri, alla realtà dei fatti perché viviamo in una fase della società in cui c’è sfiducia nelle competenze, nel rigore scientifico, nella forza della ragione. Perché cercare la verità delle cose è faticoso, perché c’è sempre qualcuno che ci indica una strada più comoda, più rassicurante e consolatoria. Ecco allora padre Pio, i veggenti di Medjugorje… O qualche nemico sul quale scaricare rabbie e frustrazioni. E il nemico più a portata di mano oggi è lo straniero, soprattutto se è nero. Sarebbe meglio invece sottolineare l’utilità che deriva da tanti giovani, che hanno voglia di emanciparsi e di essere inseriti a pieno titolo. E sulla necessità che abbiamo di rivitalizzare certi settori lavorativi, di riempire i vuoti che si creano già oggi e che nessuno dei nostri giovani vuole più avere a che fare. E’ anche una risposta alla denatalità. Incentivare e promuovere le nascite degli italiani è doveroso ma riguarda il futuro, non l’oggi. La questione va affrontata a livello politico e sociale, sviluppando proposte principalmente all’interno di una sinistra illuminata e intelligente, con una visione aperta al futuro e con una progettualità politica di lungo respiro, capace di tenere insieme le ragioni dell’accoglienza degli stranieri e la pace sociale di tutti e lo sviluppo del Paese.

######################################################################
INCONTRO COMUNITA’ con DON ERIO
MARTEDI 13 giugno 2018
Ciao Beppe, ciao a tutti,
grazie per il verbale, precisissimo, e soprattutto per le occasioni di
incontro, dialogo e confronto.
Un caro saluto e un augurio a tutti di buona estate!
don Erio

Il 22/06/18, Beppe Manni <manni.beppe@gmail.com> ha scritto:
Cari amici e amiche vi mando alcuni appunti su due “avvenimenti”.

*I - Pranzo Teologico dal Vescovo*

Martedì 13 abbiamo incontrato il vescovo a pranzo per una merenda di
lavoro. Lo aveva chiesto don Erio per parlare con un gruppo ristretto e
allargato (oltre la comunità) di tematiche a lui care.

Erano presenti: Beppe Manni, Chiara Scorzoni, Corinto Corsi, Franco
Richeldi, Luciano Guerzoni, Paola Cigarini, don Paolo Boschini, Pier
Vincenzi, Sandro Desco, Sandro Vesce. Bepi Campana non era presente e aveva
mandato una sua riflessione che allego di nuovo.

Clima cordiale. Cerco di fare un rendiconto senz’altro parziale. Chiedo di
integrarlo con aggiunte e aggiustamenti. Specialmente aspetto un resoconto
più dettagliato dell’intervento di Paolo Boschini, che mi è sembrato
importante per la prospettiva che ha aperto e proposto per la Comuità del
Villaggio

*Sandro D* introduce e coordina. *Franco* chiede al vescovo che cosa è
emerso dalla tre giorni pastorale e in che modo la nostra comunità puo’
inserirsi in questo piano. *Vescovo*: Il progetto 2.0 per le parrocchie
continua il 1.0 del’anno scorso. Per il prossimo anno le proposte di
riflessione e pastorali saranno 4: Migrazioni; Sport e Oratorio;
Lavoro. *Sandro
D.:* Nelle nostre riflessioni è emersa l’importanza della preparazione che
devono avere i catechisti nelle parrocchie, per non fermarsi solo
all’aspetto “socializzante” dei ragazzi. *Beppe*: tre sono gli ambiti nei
quali noi possiamo dare qualche suggerimento: nella nostra Comunità
sperimentiamo una certa uguaglianza e  democrazia (uomo donna ecc) non
essendoci sacerdoti né la gestione diretta dei sacramenti; la Comunità ha
una lunga esperienza di letture bibliche condivise; abbiamo sperimentato
l’importanza della piccola comnità-gruppo che potrebbe aiutare la
parrocchia ad essere presente  nelle varie zone del territorio. *Corinto*:
I documenti del Vescovo dovrebbero rispondere alle domande della gente
specialmente chiedere a loro i racconti di esperienze. Oggi si parla di
tramonto di un regime di cristianità come dice Bepi nella sua riflessione,
io parlerei piuttosto d attraversamento della cristianità.* Chiara*: Da
alcuni anni partecipo alla Comunità del Villaggio; ho scoperto un modo
nuovo di leggere la Parola e la Bibbia e ho acquisito nuove motivazioni
profonde per il mio impegno sociale. Le donne sono capaci di costruire una
relazione tra azione e pensiero nel proprio ambiente di lavoro, cambiando i
ruoli di potere.  *Don paolo*: qual è la collocazione politica del
Villaggio? Lo chiedo perché oggi siamo di fronte a una nuova emergenza con
il ritorno di “Mussolini” e delle destre. Necessità di un nuovo impegno.
*Paola
insieme a Beppe* - sulla storia e l’evoluzione dell’impegno politico nella
Counità: la lettura della Bibbia ci ha portato a coniugare l’ascolto, la
preghiera e l’impegno in prima persona e come comunità nella sinistra
(molti di noi hanno accettato impegni diretti ad esempio in consigli di
quartiere, consigli comunali, sindacato, sindaco ecc), non come cristiani
ma in modo diretto anche se espressione della Comunità. Poi l’impegno è
stato più personale o di piccoli gruppi (Carcere, Comitati di Quartiere,
Pace, ecumenismo, Scuola di Quartere ecc.). Per essere dentro ai problemi e
vicino alla gente, con modalità sempre nuove. Le donne partono dal loro
vissuto per creare relazioni nuove (Paola). *Luciano*: Quello che avete
fatto sul territorio è un lavoro molto importante a livello politico.
Esprime posizioni legate al Vangelo. Oggi più che superamento della
cristianità dobbiamo parlare di cambiamento antropologico. Si deve tornare
all’annuncio del vangelo. La comunità può aiutare a comprendere questa
nuova situazione: i giovani ad esempio vivono in una nuova era scientifica
e tecnologica che non prevede l’intervento di Dio. E’ una nuova “cosmogonia”.
*Sandro* V.:Voglio ricordare un importante libro che purtroppo non si trova
più ”Il grande codice” di Frye sui nuovi linguaggi. *Sandro* D. Il Papa,
molti vescovi e giornali cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana si
sono espressi  per lo ius soli e poi per l’accoglienza dei profughi. A lato
pratico come hanno dimostrato i risultati delle elezioni molti cattolici
hanno espresso un altro modo di pensare, filoleghista.         *Pier:*
ritornando al ruolo delle donne nella chiesa, sembra che la donna nella
chiesa del primo secolo fosse importante quando la chiesa era ancora
“domestica” e la comunità si incontrava nelle case; poi con l’emergere del
clero e dei vescovi si è affermata una chiesa patriarcale e maschile che ha
tagliato fuori le donne. *Don Paolo*: Dobbiamo saper leggere i segni dei
tempi, ci sono segni nuovi. Anche la Comunità del Villaggio può rientrare a
pieno titolo nella chiesa diocesana; costruire insieme un luogo di
riflessione diocesano, in modo particolare su un nuovo impegno tra fede e
politica in un momento di insorgenza fascista. Mussolini è all’orizzonte,
necessita un risveglio dell’anima con nuove pratiche di confronto. Propongo
un gruppo di lavoro stabile… *Vescovo* – E’ importante e prezioso il ruolo
della comunità di base con l’apporto di punti di vista e modi diversi di
pensare. Chiedo suggerimenti per le prossime lettere pastorali e
specialmente per i programmi pastorali della diocesi.


*II - Domenica 17 giugno **alle ore 11  nel giardino di Sandro e Maurizia
abbiamo fatto la Festa della Comunità. *E’ ormai tradizione della Comunità
ricordare quando a metà giugno del 1976, siamo ufficialmente usciti dalla
struttura-parrocchiale del Villaggio Artigiano e abbiamo camminato in
quartiere tra la gente. Siamo usciti in 100: l’unica cosa che abbiamo preso
con noi oltre a cento amici è stato il nome  “Comunità Cristiana di base
del villaggio Artigiano”.

*Sandro* ha presieduto la liturgia, *don Erio*, vescovo, ha fatto l’omelia.
Le letture parlavano del Regno e delle sue parabole: il Regno di Dio è
simile al piccolo seme di senape... Gesù non parla di sé, di chiesa o di
sacramenti; il centro della sua predicazione è il Regno. La sua è la
predicazione di un profeta che si trova in mezzo tra potere politico e
religioso. Il profeta è il terzo incomodo che parla della logica di Dio. Il
Regno non è un esercito ma un piccolo seme nascosto nella terra, è un
ramoscello che nasce dal grande cedro (I lett), è una  radice sotterranea
che attende di nascere e diventare albero per portare molto frutto: è la
logica del Magnificat dove i piccoli e gli scartati saranno al primo posto.
Dobbiamo partire da sottoterra per andare in alto dove saremo giudicati
dalla carità.

*Erano presenti* anche la Lidia, la Tiziana e l’Elisa che si muovono con
difficoltà dalle loro case. Abbiamo ricordato nella preghiera gli assenti
per malattia, per vacanze o impegni diversi: Vittorino, Giorgio Domenicali,
Giorgio e e Rossella, Paola Gatti, Renata, Donata e Mauro, Chiara e Luigi,
Morena ed Elisa, Ursula ecc.

Don Erio e gli ex preti

PRETI EX E VESCOVO DI MODENA CASTELLUCCI

(Art. di Beppe Manni Gazzetta 24 aprile 2017: “don Erio e gli ex preti“)

Scheda Nella chiesa cattolica i preti (diocesani e religiosi) sono 416.OOO. In Italia sono circa 50.000. Nella diocesi di Modena 193 tra i quali 12 religiosi e 17 di altre diocesi e nazioni come polacchi, africani ecc. In tutta la chiesa circa 100.000 hanno smesso di fare i preti negli ultimi 50 anni; in Italia circa 8.000. Ogni anno 40 preti chiedono la “dispensa”. A Modena sono una ventina “viventi”. Negli ultimi 40 anni sono stati circa 40 (e altri sei se allarghiamo il conto alla diocesi di Carpi). Il “circa” è d’obbligo in quanto non è mai stato ‘pubblicato’ il numero dei presbiteri che hanno chiesto la dispensa. I motivi ufficiali di questa scelta secondo la chiesa sono: “Instabilità affettiva; immaturità, conflitti con il vescovo o con l’istituzione; perdita della fede; depressione”. I motivi reali sono per la quasi totalità, la scelta di sposarsi maturata anche in un contesto di solitudine affettiva, sollecitata dalla crisi del ruolo del prete oggi. La grande maggioranza di questi preti era preparata e ben inserita nelle realtà parrocchiali. Erano chiamati ‘spretati’ poi ex preti; preti ridotti allo stato laicale o che hanno ottenuto la dispensa. Per molti oggi sono i “preti sposati”. O sacerdoti che hanno abbandonato: in verità è la chiesa che ha allontanato dei sacerdoti che non sottostavano alla legge del celibato. Da molti anni da parte delle chiese specialmente brasiliane africane e nord europee, si chiede di prendere in considerazione una nuova figura del prete: celibe o sposato, uomo o donna.
L’incontro con il Vescovo Sabato 22 aprile alle ore 12 il Vescovo di Modena don Erio castellucci ha incontrato un gruppo di otto ex preti modenesi nella sua casa in arcivescovado. Ecco la lettera di invito: “Cari amici, alcune settimane fa uno di voi mi ha accennato all’ipotesi di un incontro semplice e conviviale con coloro che, un tempo presbiteri modenesi, hanno poi lasciato il ministero e hanno compiuto altre scelte, il più delle volte sposandosi e continuando a servire la Chiesa e il Vangelo con dedizione e competenza. Ho subito pensato che questa fosse una buona idea e la rivolgo a voi. Vi invito – chi può e chi vuole – ad un momento di scambio seguito dal pranzo in arcivescovado, presso la famiglia che abita con me, sabato 22 aprile. Potremmo trovarci a mezzogiorno e parlarci con semplicità e senza fretta durante il pranzo. Non ho particolare argomenti da proporre: mi piacerebbe che ci ascoltassimo a vicenda e condividessimo le esperienze vissute. Credo che possa essere di reciproco arricchimento. Vi saluto e spero di potervi incontrare nell’occasione. Don Erio Castellucci”. Le lettere di invito sono state 17, ma per motivi vari i presenti all’incontro conviviale con il vescovo erano otto. Don Erio ha chiesto ai presenti di raccontare la propria esperienza. Il prete ex più anziano era stato ordinato nel 1952 il più giovane nel 1987. Hanno esercitato il ministero sacerdotale per 5, 10, 20 anni e più, in contesti diversi. Tutti hanno trovato una certa difficoltà ad abbandonare il loro ruolo di prete e ad inserirsi come laici nella realtà sociale e lavorativa. Si sono progressivamente liberati del ruolo di prete e hanno costruito una nuova identità laica, più autentica. Hanno scoperto una fede più vera e personale, e la bellezza di stare con ‘amore’ in mezzo alla gente che conosceva e apprezzava le scelte compiute. E’ stato un arricchimento personale profondo e proficuo. Serenità che nasce dalla maturità affettiva e religiosa, anche grazie all’esperienza di vivere una famiglia e un’attività professionale. Molti hanno raccontato di essersi inseriti nelle realtà parrocchiali e diocesana, come catechisti, formatori, organizzatori o consiglieri dei parroci. O come insegnanti di religione nelle scuole. O come operatori culturali nella città. Oppure hanno trovato un ruolo in una Comunità di Base. La maggiore disponibilità di tempo e la nuova esperienza, hanno permesso di approfondire gli studi biblici e teologici con nuove prospettive e libertà. Non sembravano interessati a riprendere un ruolo “clericale”. Hanno lamentato il disinteresse ufficiale della gerarchia e della chiesa. Hanno riconosciuto l’eccezionalità dell’invito del vescovo che non voleva avvicinare “il figliol prodigo” ma era dettato dal desiderio di ascoltare. Don Erio infatti ha molto ascoltato. Ha detto che le porte si stanno aprendo anche grazie alla presenza di questo Papa che pur senza cambiare per ora le antiche regole ha aperto delle finestre. La chiesa cattolica di Oriente prevede i preti sposati e già dal tempo di Voitila sono stati accolti preti anglicani sposati “convertiti al cattolicesimo”. “Oggi, dice il vescovo, in diocesi ci sono 243 parrocchie e per molte di queste non possiamo garantire un prete. Anche se molti preti stranieri chiedono di venire a lavorare da noi, preferisco attraverso la ristrutturazion delle aree pastorali, coinvolgere non solo i preti ma anche i laici per una più diretta gestione delle comunità, per declericalizzare sempre di più le parrocchie e superare la divisione tra sacro (il prete) e il profano (il laico). E’ importante non solo assicurare una messa per le comunità ma la presenza pastorale e l’evangelizzazione. Una famiglia presente nella canonica potrebbe diventare un importante punto di riferimento per tutta la comunità. Vi chiedo di aiutarmi a capire di più la realtà diocesana attraverso il vostro punto di vista arricchiti dalla vostra esperienza di confine. Possiamo incontrarci ogni tanto per sviluppare alcuni aspetti della pastorale. Un primo appuntamento potremmo organizzarlo prima della fine dell’estate per confrontarci sulla “parrocchia” che è l’oggetto del prossimo anno pastorale: vi manderò una traccia su cui discutere”
Osservazioni conclusive Anche se le presenze all’incontro conviviale dei ‘preti emeriti’, come li chiama il vescovo, erano ridotte rispecchiavano la situazione generale degli ex preti almeno italiani. E’ importante l’iniziativa di don Erio in quanto ufficializza l’esistenza di questa realtà dimenticata e tenuta in una zona d’ombra per tanti anni, e riconosce l’opera passata e presente di questi preti che per molti anni hanno lavorato nelle parrocchie e ancora oggi sono una risorsa preziosa per la loro preparazione spirituale, teologica e pastorale. In verità è passato molto tempo e ognuno ha trovato un suo nuovo ruolo all’interno della società e della chiesa. L’accoglienza e la stima della gente nei confronti degli ex, lascia intendere che i tempi sono ormai maturi per cambiare la tradizionale figura del prete
Commento del Vescovo “L’incontro di sabato con un gruppo di persone che hanno svolto il ministero presbiterale e poi lo hanno lasciato è stato per me particolarmente ricco; il clima era molto costruttivo, le riflessioni erano filtrate da esperienze a tratti dolorose ma sempre vissute con autenticità; i presenti hanno detto che spesso il loro vescovo ha saputo accogliere e accompagnare la decisione di sospendere il ministero. In alcuni casi, però la decisione ha creato imbarazzo e ha generato un certo isolamento rispetto agli altri preti. Io credo che sia importante ascoltare coloro che hanno speso anni di vita nel ministero e che ora li spendono nella vita laicale, perché possono offrire a tutta la comunità la testimonianza di come il Signore sostenga e accompagni anche nei “fallimenti” e aiuti a mettere a frutto in altro modo i doni di ciascuno”. (Beppe Manni)

Lettera del Vescovo alla città di Modena

Una promessa a tre voci
I valori comuni della Costituzione italiana

Mio padre Aurelio era un cantoniere comunale, iscritto fin da giovane al Partito Socialista Italiano. Morì nel 1976 per una crisi cardiaca in seguito ad un’asma cronica che lo aveva fortemente debilitato negli ultimi anni di vita. Non l’ho praticamente mai visto a Messa, se non in qualche rara occasione; però mi accompagnava con l’auto in Chiesa ogni volta che glielo chiedevo e non mi ha mai ostacolato nella partecipazione alla vita parrocchiale. Aveva un carattere molto mite, ma non debole: lo ricordo sempre calmo e nello stesso tempo deciso nel sostenere le proprie idee. Quando morì, a 58 anni, io non ne avevo ancora 16.

Nel corso del 2017 sarà ricordato, tra gli altri anniversari, il settantesimo della Costituzione italiana, firmata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore quattro giorni dopo. Ogni volta che incrocio la nostra Costituzione, il pensiero ritorna a mio padre; non perché ne fosse un esperto: credo che non l’abbia neppure mai letta e forse – avendo ottenuto solo un diploma di terza elementare – non ne avrebbe compreso molti passaggi. Mi viene in mente lui per altri motivi.

Prima di tutto perché si sentiva ed era un “cittadino” leale e partecipe, come la Costituzione lo disegna, e non un “suddito”, come recitava lo Statuto Albertino. La sua passione politica, oltre che nei discorsi domestici, si esprimeva nella devozione con la quale seguiva, dalla metà degli anni Sessanta, tutte le trasmissioni di Tribuna politica e Tribuna elettorale. E siccome in casa c’era solo un televisore, la passione di mio padre finì poco alla volta per contagiarmi. Così mi divennero familiari i volti e le voci di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Ugo La Malfa e soprattutto dei socialisti Pietro Nenni e Francesco de Martino. Erano interventi e dibattiti a volte ardui per un adolescente, ma – così li percepivo – molto elevati e documentati, dai toni aspri, ma non arroganti. Spesso il discorso dei politici cadeva sulla Costituzione repubblicana, che del resto a scuola in quegli anni si leggeva e commentava nell’ora di “educazione civica”. Di solito non rimpiango i tempi che furono, ma in questo caso confesso qualche nostalgia per un confronto tra partiti più argomentato, meno aggressivo e più rispettoso delle persone, pur nella contrapposizione delle idee.

In secondo luogo, mio padre era tra coloro che avevano “fatto” la Costituzione, senza appartenere al numero dei costituenti, Nato nel 1918, durante la guerra era stato militare per oltre tre anni in Grecia e Jugoslavia. La nostra Costituzione ha alle spalle la seconda guerra mondiale e la Resistenza. I 55 milioni di morti, esito del coinvolgimento diretto o indiretto di oltre 50 Stati del mondo, sono il segno non solo della pazzia dei dittatori e delle loro ideologie, ma anche di quella inspiegabile “follia” collettiva che è la guerra. La Resistenza nell’Italia del Nord, pur con le sue contraddizioni, diede corpo al desiderio di libertà e di giustizia della nostra popolazione. L’immediato dopoguerra fu segnato dalla distruzione materiale, ma anche dal desiderio di ricostruire una convivenza pacifica e democratica, nel rifiuto della dittatura fascista che aveva portato l’Italia al disastro con la complicità della monarchia. Il 13 giugno 1946, in seguito al risultato del referendum istituzionale del 2 giugno precedente in cui vinse la repubblica, il re Umberto II lasciò l’Italia. I costituenti, interpretando il sentire della grande maggioranza degli italiani, furono concordi nel voltare pagina rispetto al fascismo e alla monarchia e nell’adottare quindi un’ottica democratica e repubblicana.

Infine la Costituzione mi ricorda mio padre per il carattere conciliante. Il testo porta la firma di tre autorità: il capo dello Stato Enrico De Nicola, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e il presidente dell’Assemblea costituente Umberto Terracini. Non erano solamente tre personaggi di grande spessore istituzionale, ma erano anche i rappresentanti di tre culture nella nostra Carta: liberale, cattolica e social-comunista. Il miracolo della Costituzione italiana è stata proprio la fusione – tra tante discussioni e resistenze – di queste tre visioni di vita del popolo italiano. La tradizione liberale puntò sull’affermazione delle libertà individuali e sui diritti che lo Stato deve riconoscere a ciascun cittadino; la tradizione social-comunista, più sensibile ai diritti della collettività, sostenne i doveri dei singoli e la giustizia basata sull’uguaglianza dei cittadini; la tradizione cattolica, facendo leva sul concetto di “persona” cercò una mediazione tra i diritti individuali e i doveri verso lo Stato, ponendo l’attenzione anche alle formazioni sociali intermedie. Ne risultò una base comune sulla quale costruire la convivenza civile; la nostra Costituzione è un “compromesso” alto, secondo il significato etimologico della parola: ossia una “promessa comune”, un impegno assunto insieme per il bene della società.

I costituenti cattolici si erano formati alla scuola del “personalismo” di origine francese, che attraverso Maritain e Mounier aveva recuperato il concetto di “persona”, elaborato dalla teologia cristiana, come idea che compone le due istanze della libertà e della giustizia. La persona, infatti, è prima di tutto individuo, cioè ha una dignità intrinseca, che non può essere assorbita né tantomeno cancellata da nessuno Stato; però non è un’isola, ma è un’esistenza intrecciata con le altre, è essenzialmente relazione, e quindi non ha solo dei diritti individuali ma ha pure dei doveri sociali, perché anche gli altri possano vedere riconosciuti i loro diritti. “Persona”, dunque, indica l’individuo in relazione, a partire dai rapporti primari, che sono quelle familiari e dei gruppi sociali. L’art. 2 della Costituzione mette in equilibrio queste tre forze: lo Stato, il singolo e le comunità intermedie:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Nella prima fase della preparazione del testo costituzionale, Giuseppe Dossetti – che da pochi anni insegnava Diritto canonico ed ecclesiastico all’Università di Modena – era intervenuto con un discorso molto importante, in cui tra l’altro, parlando a nome della sottocommissione alla quale apparteneva, si diceva convinto che:

la sola impostazione veramente conforme alle esigenze storiche, cui il nuovo statuto dell’Italia democratica deve soddisfare, è quella che: a) riconosca la precedenza sostanziale della persona umana (intesa nella completezza dei suoi valori e dei suoi bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato, e la destinazione di questo a servizio di quella; b) riconosca ad un tempo la necessaria socialità di tutte le persone, le quali sono destinate a completarsi e perfezionarsi a vicenda mediante una reciproca solidarietà economica e spirituale: anzitutto in varie comunità intermedie disposte secondo una naturale gradualità (comunità familiari, territoriali, professionali, religiose, etc.) e, quindi, per tutto ciò in cui quelle comunità non bastino, nello Stato; c) perciò si affermi l’esistenza sia dei diritti fondamentali delle persone, sia dei diritti delle comunità anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato. [1]

Dossetti dunque accennava alle comunità intermedie tra il singolo e lo Stato, care soprattutto ai cattolici, e citava come esempio quelle familiari, territoriali, professionali e religiose, terminando con “eccetera”. La Costituzione poi ne menzionerà una decina. Sui soggetti sociali i costituenti cattolici hanno offerto grandi contributi ed hanno saputo attrarre l’interesse e le riflessioni anche delle altre parti, sia sul versante liberale sia su quello social-comunista: la famiglia (art. 29), la Chiesa cattolica (art. 7) e le altre confessioni religiose (art. 8), le “libere associazioni” (art. 18), i sindacati (art. 39), le “comunità di lavoratori o di utenti” (art, 43), le cooperative (art. 45), i partiti politici (art. 49), gli enti locali (Titolo V).

Il “compromesso” alto raggiunto dalle tre culture trova una delle espressioni più riuscite nell’art. 3, che integra in maniera calibrata i principi della dignità personale, dell’uguaglianza tra i cittadini e della sussidiarietà dello Stato, il cui compito è di rimuovere gli ostacoli al pieno riconoscimento della dignità e uguaglianza:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

I costituenti di ogni orientamento concordarono, anche decenni dopo l’entrata in vigore del testo, sulla impossibilità di cambiarne i principi di fondo, come si può leggere ad esempio negli scritti di Piero Calamandrei,[2] Umberto Terracini [3] e Giuseppe Dossetti.[4] Tanti fatti e avvenimenti nuovi sono intervenuti in questi settant’anni, alcuni dei quali hanno determinato revisioni e integrazioni, senza toccare i grandi valori comuni: cambiamenti radicali della società italiana, che oggi non è certamente riconducibile alle sole culture dell’epoca; l’avvento dell’Europa, finora più avvertito sul piano economico che su quello culturale e spirituale; il fenomeno migratorio, che i costituenti trattarono avendo davanti la situazione degli emigrati italiani all’estero (cf. art. 35) e non ovviamente i grandi flussi immigratori odierni; e tanti altri aspetti emersi solo in seguito, primo tra tutti la grande e perdurante crisi economica, che trasforma purtroppo in una chimera l’inizio stesso della Costituzione, quando definisce con tutte le ragioni l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”. Ma una cosa resta certa: l’ispirazione di fondo della nostra Costituzione, ossia la centralità della persona umana intesa come essere in relazione, è un principio che non può essere abbandonato, perché fa parte della nostra civiltà ed è frutto del sacrificio di milioni di italiani.

La nostra Chiesa diocesana, con le sue risorse e i suoi limiti, continuerà a dare un contributo leale sui campi che le sono propri, intrecciando l’attività educativa e assistenziale in favore della persona e della sua dignità all’impegno intenso ed efficace delle istituzioni civili – in primo luogo i Comuni e la Prefettura – e di quelle militari, delle forze dell’ordine, di sicurezza e vigilanza, delle istituzioni culturali e accademiche, delle organizzazioni sociali, cooperative, commerciali e imprenditoriali. In questo primo anno e mezzo di ministero a Modena-Nonantola ho potuto incontrare molte di queste realtà e ne ho ammirato la creatività, apprezzandone l’attenzione, la disponibilità e la collaborazione: il desiderio cioè di un “compromesso” alto nello spirito della nostra Costituzione. Continuando a convergere sui suoi valori fondamentali, troveremo insieme i modi più adeguati per affrontare con coraggio e determinazione le grandi sfide della nostra epoca; facendo leva sulle comunità intermedie, potremo realizzare un’accoglienza dignitosa e un’inclusione rispettosa degli immigrati, la promozione del lavoro e dell’impresa, l’effettiva parità tra l’uomo e la donna, la crescita della passione civile per il bene comune nelle giovani generazioni, troppo spesso lontane dalla politica attiva. Nella diversità dei compiti e delle competenze, spero che questo spirito – accompagnato dalla passione politica nel senso più nobile dell’espressione – si diffonda sempre di più nella città e nella diocesi.

Modena 31 Gennaio 2017

 

[1] Discorso del 9 settembre 1946, in La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente, Camera dei Deputati – Segretariato Generale, Roma 1970, vol. VI, pp. 323-324.

[2] P. Calamandrei, Discorso sulla Costituzione e altri scritti, La Scuola di Pitagora, Napoli 2011. Il testo riporta il famoso Discorso che egli tenne il 26 gennaio 1955 a Milano.

[3] U. Terracini, Come nacque la Costituzione. Intervista di Pasquale Balsamo, Editori Riuniti, Roma 1997, specialmente alle pp. 82-85. L’intervista è del 1977.

[4] G. Dossetti, I valori della Costituzione, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2010, soprattutto alle pp. 49-50, 68-70 e 97-119.

Situazione della diocesi

La situazione religiosa della diocesi di Modena

Ricordiamo che Diocesi e Provincia non coincidono: Sassuolo è in diocesi di Reggio, Castelfranco di Bologna e Carpi è una diocesi autonoma.
I battezzati sono il 95%, i loro figli frequentano il catechismo e fanno i sacramenti, ma dopo la cresima per lo più non continuano; chi partecipa alla messa domenicale è circa un 12%. I matrimoni civili e le convivenze superano i matrimoni religiosi. La società è ormai secolarizzata, l’influenza della chiesa è limitata. La frequenza si è ridotta e le numerose strutture sono in parte inutilizziate. La presenza di immigrati ha fatto emergere molte altre proposte religiose.
Le parrocchie sono 243; i preti diocesani 156, gli stranieri o extra diocesani 20 i religiosi 24; i diaconi 74; religiose, missionari e missionarie quasi un centinaio. Gli Ordini e Istituti religiosi femminili 32, maschili 12; gli istituti secolari laici 9. Negli ultimi anni per la diminuzione dei preti e religiosi molte parrocchie sono senza parroco. Sono stati chiamati preti stranieri, che incontrano qualche difficoltà a comprendere la realtà italiana
Associazioni e Movimenti ecclesiali più significativi sono: Azione Cattolica; Scout; Focolarini; Comunione e Liberazione; Rinnovamento dello Spirito; Cursillos; Catecumenali; Gruppo Missionario L. Guidotti; Alfa e Omega; Possiamo aggiungere le Aggregazioni spontanee come i Gruppi di Preghiera di Padre Pio, o della Madonna di Medjugorje; Messe di guarigione con preti esorcisti e guaritori, con un parroco esorcista don Alberto Bigarelli parroco della chiesa di san Bernardino Realino, o Padre Amorth famoso esorcista modenese.

In diocesi sono presenti riferimenti significativi culturali e spirituali come l’Istituto diocesano di Scienze religiose C. Ferrini; il Centro Studi religiosi San Carlo; il Centro culturale L. Ferrari; la Comunità Dehoniana (Saliceto Panaro), il Centro don Alberione (San Domenico); la Piccola famiglia dell’Annunziata (fondata da don Dossetti); Il Faro; La Casa della Pace; la Città dei ragazzi e il CEIS. La lunga collaborazione tra la chiesa di Modena e la diocesi brasiliana di Goias è iniziata nel 1964 12 preti e 8 laici modenesi in diverse tappe furono presenti nella parrocchia di Itaberai.
Ci sono parrocchie innovative e ‘conciliari’ come San Faustino, il Redentore, BVA, San Lazzaro, San Giovanni Evangelista, San Benedetto; altre più impegnate sella liturgia come santa Agnese e Duomo; altre fortemente tradizionalista come Spirito Santo, Montale, Spezzano, Zocca, Frassinoro ecc..
La Comunità Cristiana di Base del Villaggio Artigiano non fa riferimento a parrocchie e movimenti è un luogo di ricerca teologica e di impegno originale evangelico.
Molti cristiani scelgono Preti particolari per rispandere a proprie esigenze spirituali: ad esempio don Gianni Braglia, don Giuliano Stenico, don Paolo Boschini, don Giacomo Violi, don Giovanni Benassi, don Marco Pongiluppi, don Remo Sartori (ora è a Roma), don Dino Zanasi, don Giuliano Barattini, don Arrigo Malavolti….
Alcune iniziative significative si sono solidificate: le messe mensili del Centro Missionario, i Martedì del Vescovo per i giovani, le veglie per la pace, gli incontri del Gruppo ecumenico. Sono presenti diverse proposte di studio biblico guidati da preparati biblisti modenesi.
Negli ultimi 40 anni 30 preti sono stati laicizzati a Modena per aver scelto di sposarsi. Molti, nel nuovo clima di Francesco, sono disposti ad un re-impiego rispettoso delle lor scelte di vita.
Il volontariato nelle parrocchie e nei movimenti ricco e diversificato presente in vari settori come nella Charitas, oratori, catechismo, assistenza ai malati, accoglienza degli stranieri, Case della carità, ecc. E’ un esercito di uomini e donne che si trovano spesso a collaborare con il volontariato cosiddetto laico che ha in città e in provincia ha una lunga tradizione.
Nella diocesi di Modena c’è dunque una grande ricchezza e varietà di iniziative Ma sono prevalentemente legate a istituzioni tradizionali o a figure carismatiche di preti. Ma la chiesa modenese è rimasta molto ‘clericale’. Le teologhe, i teologi – biblisti laici sono rari: ricordo Suor Elena Bosetti, Brunetto Salvarani, Bepi Campana, Francesco Feltri. Sono i preti che determinano la linea della parrocchia o del gruppo; i fedeli non hanno un ruolo di riflessione autonoma e decisionale e all’arrivo del nuovo parroco le esperienze precedenti rischiano di essere disperse. I ‘laici’ li troviamo prevalentemente impegnati nel volontariato.
Il settimanale diocesano Nostro Tempo ad esempio, gestito da laici, ma è controllato dal clero e solo raramente è un luogo libero per discussione di tematiche religiose e pastorali…
La mancanza di figure vescovili ‘forti’ e l’assenza di dialogo e coordinazione ha permesso la nascita di molte esperienze, ma sono slegate e alle volte contrapposte. In molti pensano che il nuovo Vescovo dovrà creare luoghi di dialogo prima tra i preti e poi tra i laici, e lavorare per una riconciliazione della memoria che faccia superare nuove e vecchie fratture.
La chiesa modenese ha sempre collaborato con le amministrazioni comunali (scuola, assistenza, volontariato, accoglienza degli stranieri) e i vescovi sono intervenuti con apporti positivi attraverso le lettere pastorali annuali rivolte alla città.

La presenza di altre confessioni e religioni negli ultimi anni è notevolmente aumentata sia per l’immigrazione sia per il bisogno di trovare risposte spirituali più immediate e moderne: liturgie partecipate, comunità piccole e della stessa nazione, pastori laici.
I Valdesi e i Metodisti hanno una sede in via Gherardi e una in via Cesare Della Chiesa; I Cristiani ortodossi: tre sedi a Modena Est in Pza della Liberazione, in San Bartolomeo e al Paradisino in via Cavour che accoglie la chiesa cattolica greca. Sono coordinate dal Consiglio delle Chiese Cristiane. Altre comunità cattoliche (Ghanesi, Filippine, Polacche, Nigeriane ecc.) sono accolte presso alcune parrocchie ad es. S. Agostino, Baggiovara, Marzaglia, ecc.
Chiese pentecostali e metodiste (prevalentemente africane:) sono ospitate in sale di quartiere o di polisportive, o hanno affittato ex capannoni (come in via N. Biondo e via Nobili e via D’Avia…). Sono una trentina e non sono solo luoghi di preghiera ma anche punto di incontro di gruppi omogenei di stranieri. In città ci sono due Moschee in via Suore e in via Munari e una Casa di Preghiera in via Portogallo. In via Saliceto Panaro: l’Associazione culturale tibetana buddista.
In piazza Mazzini: la storica Sinagoga degli Ebrei.
La Chiesa Cristiana Evangelica è quella più antica e più diffusa in città e in provincia conta circa duemila aderenti, fa riferimento all’Alleanza evangelica italiana.
I Testimoni di Geova hanno la loro sede la Sala del Regno in via Marinuzzi e in via Amundsen.
Molte di queste realtà collaborano con il centro stranieri del comune di Modena su iniziative di dialogo interreligioso.

Beppe Manni

pubblicato sulla Gazzetta di Modena il 4 giugno 2015

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: