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PRETE IN UNA COMUNITA’ DI BASE dalla CdB Viottoli di Pinerolo (TO)

“Prete e comunità”: chiariamo subito che noi non parleremo di comunità in senso universale (comunità parrocchiali, religiose, e quant’altre), ma, partendo da noi e dalla nostra esperienza personale, desideriamo parlare di una “comunità di base”, quella in cui viviamo la nostra fede dal suo inizio, dalla notte di Natale del 1973. Siamo coscienti di questo orizzonte limitato, ma di parrocchie non abbiamo più esperienza da allora: altri e altre ne parleranno.

Parlare di preti, poi, non è facile, perché ognuno/a, partendo da sé, parte dalla propria esperienza di relazioni non con “i preti”, ma con “un” prete, “quel” prete, che tanti/e conoscono e con il quale hanno avuto o hanno una relazione diversa dalla tua, per cui non si riconosceranno nel tuo racconto. Pensiamo, in particolare nel nostro caso, alle amiche e agli amici che lo hanno sostenuto e seguito nella sua scelta e con cui restiamo in relazione di amicizia affettuosa. E, poi, a tutte quelle persone che non si interrogano sul senso umano ed evangelico del paradigma “pastore/gregge”: lo accettano come il sole che sorge ogni mattina. E’ chiaro che siamo tutti/e diversi/e, anche nelle forme delle nostre relazioni, comprese quelle nei confronti della stessa persona.

Allora, o non ne parliamo o corriamo coscientemente il rischio di attirarci critiche, anche aspre, anche cattive… Abbiamo ben presente a cos’è andata incontro Mira Furlani dando alle stampe la sua narrazione della nascita della CdB dell’Isolotto a Firenze e, in particolare, della sua relazione con Enzo Mazzi, “don” Enzo Mazzi. Per chi non l’avesse ancora letto, il libro si intitola “Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei”, ed. Gabrielli 2016.

(Beppe) – Un’altra donna…

La mia gamba sinistra era aumentata di circonferenza in maniera misteriosa e preoccupante… Una catena di consulenti mi ha fatto arrivare a casa di Assunta, esperta di massaggi, compreso quello linfodrenante di cui avevo bisogno io. Fin dalla prima seduta Assunta mescola massaggi e parole: “Io condivido la scuola di pensiero secondo cui la linfa è la sede delle emozioni. Se i tuoi nodi linfatici si sono inceppati, è probabile che vogliano dirti che hai qualche nodo emotivo da sciogliere…”. E’ un lampo! Sì, un nodo da sciogliere ce l’ho, bello grosso, e adesso, con lei, lo riconosco e lo nomino. Le racconto la delusione e la rabbia che mi porto dentro da quando “don” Franco Barbero ha lasciato la comunità di base, che avevamo collaborato a costruire insieme, per fondarne un’altra, sempre a Pinerolo, senza darci spiegazioni soddisfacenti. E, mentre parlavo, mi sono sentito invaso da un’emozione dolce, piacevole: sentivo sciogliersi quella rabbia, quel risentimento, grazie a lei. Poi ho anche trovato le parole adeguate per formulare questa nuova consapevolezza: ho scelto di rispettare la sua libertà di deludere il mio desiderio. Mi sembra di aver fatto un piccolo passo avanti sulla strada della convivialità e del rispetto delle differenze…

Però i problemi rimangono ed è utile nominarli e analizzarli, con il desiderio di confrontarli con altri e altre che li riconoscano come propri. Specialmente dopo aver letto il libro di Mira Furlani penso che di queste questioni sia bene parlare senza aspettare che i preti siano morti. Aspettare che siano morti significa non aver fiducia nella possibilità di un loro cambiamento, significa rassegnarsi a subire il modello di comunità da loro incarnato, significa non aver fiducia nelle possibilità trasformative del dialogo tra persone sincere… L’altra scelta è andarsene, lasciando perdere fede, Bibbia, teologia, comunità… l’hanno fatta in tanti e tante. E’ bene parlarne, invece, perché sono questioni che non riguardano solo il singolo, ma l’intera categoria, la casta, e le forme delle loro relazioni con le persone delle comunità in cui vivono e praticano il ministero. Siamo convinti/e che parlarne faccia solo bene, perché non abbiamo strumenti più pacifici e pontefici delle parole, dello scambio di pensieri e di esperienze di conversione/cambiamento.

(Beppe e Carla) – Senza prete le comunità muoiono…

Questa è una tesi intorno alla quale il dibattito è infinito. Purtroppo ci sono tante esperienze che la suffragano: siamo pur sempre in ambito religioso cattolico e nessuna comunità di base – che noi sappiamo – è nata se non per iniziativa o intorno a un prete, e alcune di esse, quando il prete è stato allontanato dal vescovo (erano cdb in ambito parrocchiale) o è morto, quelle comunità sono scomparse, si sono sciolte… Anche la nostra è nata quando il nostro desiderio di libertà dai vincoli parrocchiali si è incontrato con la proposta di Franco Barbero di dar vita anche a Pinerolo a una cdb. Ma abbiamo continuato serenamente la nostra vita di comunità anche dopo che il suo “presbitero” è stato ridotto allo stato laicale da “san” Giovanni Paolo II.

Siamo però consapevoli, da molto tempo, che se l’animazione praticata dal prete non è finalizzata a formare uomini e donne “adulti/e”, come si è sempre detto e scritto, liberi/e e consapevoli della propria libertà anche nella vita di fede, capaci anche di dar vita a comunità e di animarle… queste moriranno con lui. L’esperienza ci dice che, salvo rare e preziose eccezioni, anche in cdb i preti tendono a voler essere riconosciuti come pastori di un gregge (il loro ruolo istituzionale), centro indispensabile attorno a cui si riunisce la comunità. Quando questo riconoscimento viene a mancare, perché nasce e cresce la consapevolezza che essere comunità “di base” significa abbandonare ogni forma gerarchica, imparare a stare tutte e tutti “in cerchio senza centro” – e senza nessun posto fisso per nessuno/a neppure nel perimetro del cerchio – il prete o si interroga e si “converte”, cambia, o se ne va in un’altra comunità che lo riconosca come proprio pastore.

Cambiare si può

(Beppe) Noi gli chiedevamo di cambiare, di diventare “uno di noi”, continuando a mettere a servizio della comunità i suoi talenti e le sue competenze, che abbiamo sempre riconosciuto con gratitudine, approfittandone a piene mani. Ma lui ci diceva: “Lasciatemi fare il prete; sono solo capace di fare il prete…”. Questo, per me, è un nodo importante. E’ come se ci dicesse: “Non voglio cambiare”. Come se ci fosse un modo solo di fare il prete, quello che in seminario mi era stato illustrato con definitiva chiarezza: “Noi non abbiamo niente da imparare dagli altri… noi dobbiamo insegnare!”. Per chi ha interiorizzato questo modello sembra davvero difficile scegliere la strada del cambiamento. Che resta una scelta possibile a chiunque, purché ne sia consapevole e scelga di praticarla. Credo che il “gruppo di autocoscienza maschile” sarebbe stato anche per lui un aiuto prezioso.

(Carla e Beppe) I problemi erano legati soprattutto alle forme diverse che cercavamo di dare alla nostra comunità. A mano a mano che abbiamo scelto di abbandonare la delega (che per anni – e per comodità – gli avevamo accordato – e che lui non ha mai rifiutato), ci siamo dovuti/e confrontare con la sua indisponibilità a vivere in una comunità davvero “di base”, tutti e tutte in cerchio alla pari, mettendo ciascuno e ciascuna i propri talenti e le proprie competenze a servizio della comunità.

Ripensandoci “a bocce ferme”, l’errore originario è stato probabilmente quello di chiedergli di continuare a fare il prete a tempo pieno, invece di cercarsi un lavoro come tutti e tutte noi… Saremmo diventati/e più facilmente un “cerchio di uomini e donne alla pari”. Ma lui era prete e voleva restare tale, mentre noi questa maturazione l’abbiamo compiuta negli anni. E così la comunità di base è rimasta sostanzialmente una parrocchia, in cui il prete non si chiamava parroco, ma era lui che si occupava praticamente di tutto, coadiuvato da un “servizio di direzione” che ha funzionato bene finché le sue e le nostre proposte non sono entrate in conflitto, finché non abbiamo cominciato a parlare della necessità di passare da una pastorale “individuale” – del prete, l’unica persona che potesse incarnare quella pratica – a una pastorale “collettiva” della comunità, cercando di imparare, con il suo aiuto, a svolgere in gruppo, magari a rotazione, alcuni dei compiti che erano appannaggio esclusivo del prete, che mostrava di non voler cedere assolutamente quelle deleghe.

Ad esempio: lui ci aveva aiutati/e a superare a poco a poco pregiudizi e stereotipi e a entrare in relazione serena e libera con le persone omo e trans-sessuali, ma quando gli abbiamo proposto di coinvolgerci di più, come comunità, nella preparazione di quelle coppie al matrimonio, lui ci ha semplicemente comunicato che da quel momento avrebbe celebrato i matrimoni a Torino, in un’altra comunità disponibile. La giustificazione era che le coppie cercavano lui, non la comunità, e che sposi/e e famiglie volevano una cerimonia tradizionale, con il prete “vestito da corsa”, come lui definiva scherzosamente i paramenti liturgici che indossava per l’occasione. La loro motivazione era senz’altro legittima e comprensibile: volevano che il loro matrimonio apparisse legittimato alla pari di ogni altro celebrato in ogni altra chiesa…

Ma la comunità finiva per essere solo contorno, non protagonista di questa “rivoluzione”. A Franco però – non lo dichiarava apertamente, ma per noi era chiarissimo – era necessario “avere una comunità” per dare senso al suo ministero e, nello stesso tempo, essere credibile nei confronti di chi gli chiedeva di officiare un rito… Cominciavamo a provare insofferenza verso quel modello di “matrimonificio” (così lo chiamava un amico gay), che continuava ad affidare alla comunità il ruolo di “claque”, che prega, canta, batte le mani, fa gli auguri… mentre i protagonisti dell’azione (preparazione e celebrazione del matrimonio) sono solo loro: gli sposi e il prete. Più cresceva la nostra consapevolezza, più ci vedevamo come due entità distinte: noi e lui, il gregge e il pastore… Non eravamo ancora una vera comunità, e volevamo invece diventarlo, a poco a poco.

La libertà e l’autonomia, che cercavamo lasciando la parrocchia e la sua gerarchia, non vuole vincoli, se non quelli della reciprocità. Così abbiamo cominciato a sentirci e renderci liberi/e anche nei suoi confronti, a vivere in autonomia gruppi e iniziative in cui lui non si coinvolgeva – e che per lunghi tratti ha persino sottoposto a critiche anche aspre: il gruppo donne e la loro prima ricerca sulle teologie femministe, che è poi diventata un quaderno della rivista Viottoli dal titolo “Nel segno di Rut”; il gruppo di autocoscienza maschile, nato all’interno della cdb, ma che lui non voleva che venisse percepito come un gruppo della comunità, mentre per noi era sempre più chiaro che il cambiamento di vita, che ci chiede il Vangelo di Gesù, è una pratica sessuata, radicalmente diversa per gli uomini e per le donne; il “gruppo ricerca”, nato dal desiderio di alcuni e alcune di cercare risposte che il solo studio della Bibbia, per quanto ripetuto con impegno negli anni, non ci dava (abbiamo cominciato dalla domanda: cosa c’era prima dell’ebraismo, prima del monoteismo, prima del patriarcato?). Quello femminista è diventato il nostro paradigma preferito…

(Carla) Siamo alla fine degli anni ’80. Nella nostra comunità di uomini e donne, alcune di noi, grazie a percorsi e contatti con donne esterne alle Cdb, abbiamo dato vita a un “gruppo donne”, che ci ha permesso di far comunità tra noi, portatrici, nei luoghi misti, di una “misura” femminile sulle cose del mondo e della spiritualità. Anche a livello nazionale ha preso corpo un collegamento stabile tra le donne delle comunità di base ancora esistenti nelle città del centro-nord. Questo percorso separato ha avuto il merito di aprire in diverse occasioni il conflitto uomo-donna nei luoghi misti dei convegni, dei seminari, sulle riviste e sui siti delle comunità.

Riporto quanto abbiamo scritto Doranna ed io nella prefazione al libro Le donne e il prete di Mira Furlani: “L’inizio delle nostre storie si concentra attorno a figure carismatiche di preti progressisti e amanti del Vangelo. Uomini coerenti, che credevano fermamente, oltre che in Dio, nella giustizia, nella libertà e nell’uguaglianza tra i popoli e tra i sessi; sicuramente, anche ai nostri occhi, il meglio del genere maschile. Ma tra le donne e i preti, si sa, c’è qualcosa che attrae e qualcosa che respinge e in mezzo, probabilmente, una grande mancanza: quella di una insignificanza simbolica dovuta all’assenza di parole, tradizioni, pratiche femminili. Una nostra stimata e autorevole amica dice che noi donne siamo rivali dei preti nella capacità che abbiamo di parlare autorevolmente alle nostre simili. Siamo potenzialmente madri spirituali e simboliche, ma in questa relazione, non prevista nella nostra chiesa e nella nostra società, il maschile si mette di mezzo e fa ingombro. Nei nostri collegamenti nazionali di donne delle Cdb stiamo lavorando da trent’anni per sciogliere questi nodi”.

Moriranno le cdb?

(Carla e Beppe) Siamo consapevoli che “queste” CdB si estingueranno gradualmente, a mano a mano che moriremo noi che le abbiamo incarnate. I nostri figli e le nostre figlie quasi dovunque fanno altre scelte… molta gente le frequenta perché c’è “quel prete” carismatico, che è un piacere ascoltare e che sa prendersi a cuore i loro problemi… Ma quando non ci sarà più?  Crediamo che sia davvero ora di andare “oltre le religioni”. Le cdb hanno rappresentato un luogo di passaggio dalla religiosità tradizionale a una spiritualità consapevole e incarnata, ma – ce lo diciamo sempre più spesso, con convinzione – non ha futuro, dopo di noi, questa forma di comunità, fatta di studio biblico settimanale, di assemblea eucaristica almeno quindicinale, di ricerca teologica ispirata dal pensiero della differenza sessuale, di partecipazione coerente alla vita del movimento delle CdB, italiane ed europee…

Abbiamo gettato dei semi, in questi anni, e alcuni li vediamo germogliare. Il nostro futuro oltre noi lo vediamo ovunque si pratichi la convivialità delle differenze, a cominciare da quelle di genere e di orientamento sessuale, nei gruppi donne e nei gruppi uomini, nelle associazioni per “uscire dalle guerre” e “liberarci dalla violenza”, nelle lotte per la giustizia e la salvaguardia dei beni comuni, eccetera eccetera… Anche grazie a “quei preti” abbiamo imparato che il Vangelo di Gesù non ci invita a professare una fede secondo i dettami di una gerarchia maschile e maschilista, ma a praticare il grande comandamento dell’amore universale. Ognuno e ognuna “secondo il proprio genere”, che è personale, individuale – come ci ha suggerito Cosimo Scordato, prete all’Albergheria a Palermo: “Ogni persona ha il suo genere e la comunità deve aiutare ciascuno/a a diventare la persona che è incamminata ad essere”. Questo richiede libertà anche nelle relazioni reciproche: ognuno/a ricerchi, studi, preghi, pensi… con la propria testa e il proprio cuore, a partire da sé e rispettando la libertà di ogni altro/a; poi racconti con sincerità la propria esperienza e la propria verità.

La CdB è stata ed è, per noi, luogo speciale per questo apprendimento ed esercizio quotidiano di libertà. La nostra gratitudine va a tutti e tutte coloro che ci sono stati/e e ancora ci sono compagni/e di strada, a cominciare da Franco Barbero che da quel giorno ci ha aiutato a dare senso e direzione al nostro desiderio.

Carla Galetto e Beppe Pavan
Esodo n°4/2017 – www.esodo.net

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L’uomo che visse due volte

Il prete abbandonato

Negli ultimi anni si è cominciato a parlare anche pubblicamente dei cosiddetti preti sposati. Sui giornali, per televisione, come dibattito interno attraverso lettere e testimonianze sulla rivista Vocatio ecc..
Parlo con ritegno e imbarazzo, della mia esperienza di prete “ridotto allo stato laicale”.
Volevo scrivere mezza paginetta ma la pasta mi si è lievitata in mano. Chiedo scusa.
Sono diventato prete nel 1963, nel 76 mi sono spostato, vivo a Modena nel quartiere dove sono stato parroco, dove ha sede anche la Comunità di Base del Villaggio Artigiano di Modena. Premetto che sono felice e le parole che dico sono dette per amore. Rivolte anche a molti preti che dovrebbero cercare una nuova strada senza dover rinunciare alla loro “vocazione”.
Il vocabolario usato per parlare dei preti ex è datato, insufficiente spesso pesantemente offensivo: vocazione tradita, ex prete, spretato; abbandono, uscita, laicizzazione.

Io non rinnego alcuna parte della mia vita. Ho scoperto che mi piaceva fare il prete ed ero accolto come tale, solo dopo il seminario quando sono stato gettato in mezzo alla gente.

Le parole che scrivo di getto sono legate alla mia esperienza e a quello che mi sembra di aver visto intorno a me. Come emerge da molti interventi attraverso la rivista Vocatio le sensibilità sono diverse, nel tempo sono cambiate ed è nata una nuova consapevolezza. Anche se ognuno è un caso a parte.

Chi sceglie o è costretto a non fare più il prete passa diverse fasi.
I fase: il senso di colpa davanti a Dio e ai fedeli, per aver “tradito” la vocazione.
II fase la nostalgia: ti piacerebbe essere reintegrato e tornare sull’altare con i paramenti sacri a celebrare messa e in confessionale ad assolvere.
III fase la sintesi: matura una consapevolezza nuova, psicologica e teologica di una scelta che ti ha cambiato la vita.

Teoricamente tutti noi abbiamo ragionato e siamo arrivati a buoni risultati di legittimazione della strada intrapresa. Perché la scelta che hai fatto dopo anni di seminario condizionato fin da bambino con un’educazione mirata e univoca, non ti ha lasciato una vera libertà. Perché la promessa di celibato per tutta la vita è un’imposizione innaturale e crudele. Perché nessuna altra professione diventa definitiva: la vita è lunga e deve esserci la possibilità di cambiare senza pagare prezzi troppo alti. I voti perpetui dei religiosi, secondo me, sono innaturali e contrari alla libertà di figli di Dio.
Ma non ci facciamo delle illusioni. Anche se razionalmente abbiamo una chiara comprensione di tutto ciò, psicologicamente rimaniamo condizionati.
Ci hanno martellato per 13 anni che tu es sacerdos in aeternum, che le promesse fatte a Dio non si possono tradire, che sei una persona sacra ecc. che quando un prete decide in genere perché si innamora di lasciare, deve superare tre blocchi: il senso di colpa, il giudizio dei parenti e dei parrocchiani, il vuoto lasciato da un impegno scelto e ben svolto davanti agli uomini e davanti a Dio.
La risposta di molti è quella di cambiare città, di cancellare il passato, troncare i legami precedenti (rimangono solo i legami familiari) e costruirsi nell’anonimato una vita nuova. Capita anche che il matrimonio di un prete può essere fragile e a rischio di fallimento, per il modo con il quale è nato: fidanzamento nascosto, sensi di colpa, impossibilità di grandi scelte.

Altra risposta credo che rispecchi la strada di molti di noi, è stata costruirsi una comunità nella quale poter continuare a fare il “prete”.

Altre volte il vescovo locale o il parroco amico magari compagno di seminario, ti accoglie con benevolenza, come “un bravo cristiano” e ti impegna in qualche lavoretto. Tutti abbiamo avuto amici preti che si sono dimostrati comprensivi, sono stati dispiaciuti che abbiamo abbandonato. Ma è raro che codesti compagni ti cerchino o ti chiedano di usare le tue competenze per incontri ecc. “Se tu fossi rimasto quanto bene avresti potuto fare” mi diceva il Vicario diocesano.

Il marchio di un giuda in forma ridotta ci perseguita. Ci chiamarono traditori, spretati, fedifraghi, che hanno gettato la sottana alle ortiche, adulteri della chiesa nostra sposa. Nel migliore dei casi “coloro che hanno lasciato”.

Questi preti ex non parlano comunque quasi mai, se non con grande imbarazzo, della loro prima vita.

Per quel che mi riguarda ho scelto di vivere con un gruppo di amici credenti con i quali sono uscito dalla parrocchia, insieme a mia moglie e alle mie figlie nel luogo dove sono stato parroco. Parlo con le persone che conosco, che ho battezzato, fatto la prima comunione, sposato. Racconto la mia vita a chi non mi conosce.
Cerco con fatica senza imbarazzi di unire gli spezzoni delle mie due o tre vite. Mi diceva il parroco della parrocchia “Beppe ma perché non smetti di fare il prete e vivi per la tua famiglia?” In verità me lo dice anche mia moglie ma con altre motivazioni.

Sette considerazioni.
1) Siamo stati fortunati: diversi preti dopo i quarantanni collassano. La solitudine, l’obbligo del celibato, il peso di un ruolo sacrale innaturale li schiaccia e deforma la loro personalità. Lo studio dello psichiatra, la pedofilia, un amore nascosto o l’adulterio, il suicidio, sono solo effetti collaterali di questo fuoco amico. Altri in verità vivono il loro celibato potenziando la disponibilità e la donazione della propria vita agli altri. Lo sappiamo perché lo abbiamo sperimentato.

2) La chiesa come è oggi strutturata non può che considerarci dei traditori E’ una naturale difesa. Cosa vuol dire abbandonare? Chi abbandona lascia volontariamente una casa o una persona perché sceglie un’altra casa o un’altra persona che ritiene migliore. In verità nel nostro caso è stata lei la chiesa, ad abbandonarci anzi a cacciarci e a non sapere sfruttare ministerialità diversificate.

3) Il sacerdote guardato a bocce ferme, è una figura anacronistica. Nel Nuovo Testamento non esiste. Hanno fatto dell’Ordine un sacramento con un segno indelebile. La figura del prete è stata costruita con anni di predicazione auto convincente. E’ un uomo-stregone che si crede dotato di poteri magici per cui le parole che dice funzionano ex opere operato, come un’aspirina: trasforma il pane nel corpo di Gesù; assolve dai peccati; anche ai morti dà benedizioni con effetti immediati con dell’acqua lustrale; impone le mani; gestisce l’aldilà con indulgenze e messe per i morti; veste con una divisa che lo distingue; i vescovi e i cardinali hanno paludamenti secenteschi, dettano le leggi morali e politiche; scelgono addirittura chi deve andare in paradiso creando i beati e i santi: hanno sistemato nei cieli autentici delinquenti. Questa concezione del prete comporta scelte suicide come quelle delle nostre diocesi che pur di assicurare il servizio sacramentale (messe ecc) assume militanze ausiliarie africane e polacche che non conoscono la nostra lingua e la nostra cultura, creando disagi e alle volte danni.

4) Noi non possiamo più (almeno io) tornare a fare il prete come prima. E’ cambiata la nostra sensibilità attraverso anni di esperienza nuova; è cambiata la società e i cristiani. La figura del nuovo prete non sarà più un sacerdote ma un presbitero un “anziano” cioè, un pastore. Una persona celibe o sposata con una famiglia che ti aiuta e ti supporta sentimentalmente; con una professione che ti sottrae dalla dipendenza economica e religiosa delle curie. Sarà disponibile a ore come del resto tanti preti oggi fanno già; sarà scelto dai cristiani possibilmente della sua comunità e consacrato dal vescovo. La “missione”, cioè, sarà ratificata ufficialmente dalla comunità e dall’episcopo. Sei uomo o donna, non giovane ma anziano (maturo) e responsabile. Come dice Paolo a Timoteo devi godere una buona stima tra i cristiani e i cittadini. Sono loro che decidono della tua capacità di fare il pastore. Una persona equilibrata, matura psicologicamente equilibrato, onesta e capace di relazione umana. Per la gerarchia sembra che conti maggiormente mantenere un servizio liturgico e un tipo di controllo e di potere piuttosto che la diffusione e la testimonianza del vangelo. Pensiamo a tante piccole parrocchie abbandonate, senza un pastore e “servite” solo e non sempre da una frettolosa messa domenicale celebrata da un povero prete spesso anziano, che corre avanti e indietro a rischio della propria vita.

5) Altro discorso andrebbe fatto per chi donna-suora, ha lasciato il convento. Se ne parla pochissimo e il pudore della scelta è doppiamente censurato non solo dal clero ma dalla donna interessata e dalle congregazioni stesse delle monache. Oggi non solo i seminari ma anche i monasteri sono svuotati. Non mi è sufficientemente chiaro il modo del reclutamento delle suore straniere.

6) Non dobbiamo sentirci in colpa e bussare ‘umilmente pentiti’ alla porta della grande chiesa. Siamo diventati un’altra cosa. Non pretendo che la chiesa chieda perdono per l’emarginazione di tanti suoi “servi fedeli”. Lo farà tra cinquantanni quando le cose saranno completamente cambiate. Noi abbiamo fatto coraggiosamente una scelta che altri non hanno voluto o avuto il coraggio e la possibilità di fare. I preti, le suore, i frati in primis e poi i cristiani dovrebbero uscire dal loro riserbo: gridare, scrivere, documentare che è ora di smettere questa ridicola farsa del celibato e dei voti perpetui.

7) Il prete dunque, d’ora in poi sarà donna e uomo non sposati o uomo e donna sposati. Sapendo, molti di noi ‘hanno provato, che la libertà di chi sceglie di non sposarsi per un tempo o per tutta la vita è una preziosa perla da non cancellare. Ma c’è un altro modo di fare il pastore o la pastora della comunità. Siamo scesi dal piedistallo e siamo tornati ad essere uomini. Benedetto sia il Signore in eterno. E’ stata la nostra salvezza.

Nessuna rivendicazione ma è necessario aprire un dibattito a più voci: non solo da parte dei preti o degli ex, delle loro mogli o amici, ma da parte dei cristiani, del popolo di Dio e dei cosiddetti laici cioè dei non sacerdoti.
Non ci sono più, parafrasando Paolo, maschi e femmine, cattolici e musulmani, atei e credenti, laici e sacerdoti, suore e donne, vecchi e giovani, sposati e vergini. In Cristo siamo una creatura nuova.

Il nuovo pastore non sarà un prete ex, né il diacono di oggi, un buon laico spesso più clericale del parroco. Sarà una figura nuova senza la preparazione teologica e spirituale tradizionale, molto libero. Saprà trovare strade originali atte a portare il vangelo alle persone di oggi. Testimone dell’amore di Dio e di Cristo speso al servizio, visibile, dei poveri e di tutti gli uomini alla ricerca di una speranza.

E non si dovrà più parlare di “crisi di vocazione”. Le comunità liberate dal totem del sacerdos in aeternum esprimeranno in abbondanza donne e uomini disponibili a dare la vita o parte di essa al servizio del Signore Gesù.

PS. 1 Queste mie parole non vogliono essere offensive per tanti miei amici preti. Ogni prete comunque quelli che sono rimasti sacerdoti e quelli che non lo sono più, hanno fatto sintesi diverse nella propria vita. Conosciamo tutti, ottimi preti, suore e vescovi che vivono testimoniando nella loro vita la parola di salvezza del Signore Gesù. Altri sono stanchi e provati. Altri ancora hanno trovato compensazioni non sempre nobili.

PS. 2 Sono entrato in seminario a 11 anni: ho fatto 5 anni di seminario minore a Nonantola e 8 di seminario maggiore a Modena. Da trentanni sto scrivendo un libro sul seminario. Lo volevo chiamare in modo impietoso il “Lager di Dio”. Sostengo che per comprendere gli atteggiamenti e i comportamenti di molti preti e vescovi oggi “ultra sessantenni” e non solo bisognerebbe sapere il tipo di educazione che hanno avuto e come sono stati formati. Ho scritto un centinaio di cartelle ma non so che taglio dare per non offendere senza tradire la verità.

PS. 3 Nel 2015, in occasione dell’anniversario della nascita della nostra comunità di base, ho scritto un libretto “Se una domenica per caso” nel quale racconto il nuovo modo con il quale mi sembra oggi di continuare a …”fare il prete” nel mio quartiere e nella ma comunità.

Beppe Manni

manni.giuseppe@fastwebnet.it
Tel 059 357045. Cell 3408465102

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