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PASQUA 2020

Come mio solito vi offro spunti riflessione che mi hanno accompagnato in questo giorno di Pasqua con i migliori auspici di pace e salute

Noi riusciamo a comprendere con fatica il doloroso calvario di Gesù, di come un uomo buono, un benefattore sia stato dato alla morte e abbandonato anche dai suoi amici. Più faticosa la comprensione della resurrezione. I 4 vangeli (vi suggerisco di leggere in questi giorni che profumano ancora del Signore risorto i quattro racconti della “resurrezione” presenti in Marco, Matteo, Luca e Giovanni. (In coda le letture della messa del giorno di Pasqua), gli Atti, Paolo, ci raccontano di una nuova presenza di Gesù tra i suoi amici e amiche dopo la sua atroce morte in modo strano. Non è come il ritorno alla vita di Lazzaro che ritroviamo a cena a Betania la settimana prima della crocefissione di Gesù. Le donne che per prime dicono che Gesù è vivo e i suoi amici trovano solo una tomba vuota: “Non è qui tra i morti vive”, dice un uomo vestito di bianco. Gesù appare improvvisamente tra i suoi attraversando i muri e in luoghi lontani tra di loro.  Eppure non è un fantasma, mangia e si fa toccare le ferite. Non lo riconoscono non solo per lo spavento ma perché si presenta nei modi diversi. E’ vestito pur essendo uscito nudo dalla tomba.  Maddalena che lo conosceva molto bene, lo scambia per il giardiniere, i due camminanti verso Emmaus lo prendono per un compagno di viaggio; sulla riva del lago lo riconosce solo Giovanni. Gesù parla con Maria, con i due di Emmaus, con Tommaso, con gli amici per 40 giorni (il  numero 40 è segno di un tempo sacro); spiega loro che doveva soffrire e morire per fare la volontà del Padre perché venisse il suo regno. Parla nel segreto del giardino del sepolcro, nel cenacolo, in Galilea lontano da Gerusalemme. “E’ stato ucciso ma Dio lo ha fatto risorgere dai morti” dice Pietro davanti a una piccola folla (atti 3.15). E poi alla fine dice di andare in tutto il mondo d annunciare questa lieta nuova e “Ascende al cielo”. Ma incontra anche Paolo sulla via di Damasco per richiamarlo ad una retta interpretazione della sua vita e morte (il racconto nelle lettre di Paolo è precedente alla redazione dei vangeli). Certamente quel Gesù rialzatosi in piedi dalla tomba, ri-sorto, è diverso dalle rappresentazioni che tradizionalmente anche attraverso le opere d’arte, ci siamo costruiti nel nostro immaginario. Gli amici e le amiche del profeta di Nazareth dopo la sua morte sperimentano una sua nuova presenza e comprendono nel silenzio e nella riflessione la vera storia del Salvatore ora diventato il loro signore, la presenza nuova di Dio tra di loro. “Io sarò con voi fino alla fine dei tempi” aveva promesso. Questi strani racconti del risorto sembrano voler condurre per mano i suoi amici sconfitti, dubbiosi, impauriti e demoralizzati, a riconoscerlo, attraverso una catechesi particolare. Dalla fuga alla paura, dal pianto e dal dubbio alla sorpresa, fino alla comprensione e alla gioia che li fa pregare con le parole di Tommaso “Mio signore e mio Dio”. Anche il credente è chiamato a ricercare oggi la presenza di Dio e di Gesù nella vita, aiutato da questi segni nelle scritture come indicatori scalfiti in una mappa. Per costruire una speranza per tutti.

Buona Pasqua a tutte le amiche e amici. Uniti dall’affetto e nella preghiera della nostra comunità del Villaggio ma anche di tutti coloro con i quali condividiamo l’ideale di una società della vita nuova. Non possiamo incontraci ma manteniamo saldi vincoli di amicizia attraverso il telefono e i messaggi. E le riflessioni comuni.

Beppe

LA TEOLOGIA DELLA DISUGUAGLIANZA

di manifesto4ottobre

José M. Castillo

Una teologia della disuguaglianza, mai definita ma chiaramente applicata, si trova ben formulata nel vigente Codice di Diritto Canonico della Chiesa Cattolica. Nel Codice, come sappiamo, le donne non sono uguali nei diritti agli uomini, né i laici sono uguali ai chierici. Né i presbiteri hanno gli stessi diritti dei vescovi. Né i vescovi sono uguali ai cardinali. E si badi che non parlo dei poteri che riguardano chi governa, ma piuttosto i diritti che sono propri delle persone.

So bene che tutto ciò necessiterebbe una serie di precisazioni giuridiche e teologiche che qui non ho spazio per spiegare. Per quel che con questa riflessione intendo indicare, valga quanto detto come mera introduzione della disuguaglianza nella Chiesa.

Come punto di partenza, non dimentichiamo che la religione é generalmente accattata come un sistema di ranghi, che implicano dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili (W. Burkert). Superiori che si rendono visibili in gerarchie che fanno compiere rituali di sottomissione, secondo le diverse religioni e le loro corrispondenti strutture.
Nel caso della Chiesa, durante i tre primi secoli, le originarie comunità evangeliche presero una deriva verso un “sistema di dominazione”, con le conseguente disuguaglianza, che ogni sistema di dominazione produce, e che rimase stabilito nella Tarda Antichità (j. Fernandez Ubins ed.) Questo sistema, come é be’ noto, raggiunse il culmine della sua forza nella sua espressione massima, la ‘potestà piena’ (ss. XI al XIII)

Un potere che si esercita secondo la normativa del Diritto Romano (Peter G. Stein), che non riconobbe la uguaglianza “in dignità e diritti” di donne, schiavi e stranieri.
Come é logico, questo sistema, basato non già sulla “differenza”, ma piuttosto sulla “disuguaglianza”, soffrì il colpo più duro, che poteva sopportare, nelle idee e nelle leggi che produsse l’Illuminismo, concretamente nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, approvata dalla Assemblea Francese, nel 1778. Un documento che fu denunciato e rifiutato dal papa Pio VI.

Questo fu il punto di partenza del duro confronto tra la Chiesa e la cultura della Modernità. Un confronto che si prolungò durante più di un secolo e mezzo, fin dopo la seconda guerra mondiale.

Naturalmente questa legislazione e questo modo di intendere la presenza della Chiesa nella società doveva giustificarsi a partire da una determinata teologia. La teologia della disuguaglianza, che il Papa Leone XIII raccolse da una tradizione di secoli, per rigettare gli insegnamenti dei socialisti, che, a giudizi di quel Papa “non smettevano … di insegnare che tutti gli uomini sono tra loro uguali per natura”. (Enc. Quod Apostolici ASS XI, 1878, 372)
Quando in realtà, per Leone XIII, “La disuguaglianza, nei diritti e nei poteri, emana dello stesso Autore della natura”. E deve essere così, “perché la ragion d’essere della obbedienza risulti facile, ferma e la più nobile.” (ASS XI, 372).

Così il papato da quei tempi pretese di applicare alla società civile il principio determinante del sistema ecclesiastico, che rimase formulato dal Papa Pio X, nel 1906 : “Nella sola gerarchia risiedono il diritto e l’autorità necessaria per promuovere e dirigere tutti i membri verso il fine della società. In quanto alla moltitudine, non ha altro diritto che quello di lasciarsi condurre e, docilmente, di seguire i suoi pastori”. (Enc. Vehementer Nos, II-II Ass. 39 (1906) 8-9).

La teologia della disuguaglianza rimase ben formulata, come una teoria ed una pratica che, in altre parole, già erano state formulate da Gregorio VII (s. XI) e rafforzate da Innocenzio III (ss. XII-XIII). Uno dei componenti determinanti della cultura é la religione. Per questo, in una cultura come quella prodottasi in Occidente durante tanti secoli, la teologia della disuguaglianza ha marcato la mentalità , il Diritto, la politica, i costumi e le convinzioni, della cultura occidentale , molto più di quel che di certo immaginiamo.
Il contrasto con questa teologia sta nel Vangelo. Gesù volle, a tutti i costi, la uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli essere umani. Per questo si pose dalla parte dei più deboli, dei più disprezzati, dei più emarginati. Ciò premesso, io mi domando perché c’é tanta gente della religione – o molto religiosa – che non dissimula il suo rifiuto fino alla sua opposizione a Papa Francesco. E ancor più, io mi domando anche se il profondo malessere, fino alla indignazione, che si sta vivendo proprio ora in Spagna, non avrà qualcosa (o molto) a che fare con la teologia della disuguaglianza ed i suoi difensori, i chierici di alto rango.

E di più, io oso chiedere se la Spagna sia preparata in questo momento, a sopportare un cambiamento tanto radicale, nelle nostre leggi, giudici e procuratori, che non debbano essere i “ladri di polli”, ma piuttosto i più alti dirigenti della politica e della economia coloro che debbano iniziare a tremare.

É o no importante la teologia della disuguaglianza? In ogni caso, io non ho soluzioni. Né questo é il compito della mia vita. Mi limito a porre domande, che ci obblighino tutti a pensare.

nostra traduzione da http://blogs.periodistadigital.com/teologia-sin-censura.php/2017/02/24/teologia-de-la-desigualdad

FRANCESCO UN PATRONO CHE L’ITALIA NON MERITA

(pubblicato sulla gazzetta di Modena il 9 ottobre 2016)

Dal 1939 San Francesco è patrono di Italia. Il 4 ottobre si stava addirittura a casa da scuola.

Tutti amano Francesco perché è un santo buono e pacifico sottomesso e obbediente. Sull’onda dello ieratico e lezioso film di Zeffirelli, conosciamo un  Francesco che ama la natura, non contesta, vive sorridendo a tutti. Un santo che non inquieta e disturba. E andiamo cantando “Laudato sii” a visitare i luoghi francescani, che solo lontanamente ci ricordano l’autentico uomo di Assisi.

A proposito delle radici cristiane dell’Europa e di quelle cattoliche d’Italia se ripensiamo alla vita di Francesco suo patrono, ci accorgeremo che i valori nei quali il “Poverello” credeva non sono sempre presenti nella cultura cosiddetta cristiana.

Francesco prese alla lettera le parole di Gesù “Lascia tutto vieni e seguimi; non dovete avere oro nè argento, ma una sola tunica e vivere di quello che vi danno nel viaggio; se vuoi essere perfetto va vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Siamo più abituati a fondare dogmi e leggi morali su parole come “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la chiesa ecc”, per giustificare il primato del Papa, oppure “Non divida l’uomo quello che Dio ha unito” per motivare l’indissolubilità del matrimonio.

Il povero di Assise non accettò mai donazioni e visse di elemosina e di lavoro. I frati (fratelli), vivevano in povertà e condivisione. Con la sua vita poverissima contestò le ricchezze e il potere dei ricchi e della chiesa, si sottomise a papa Innocenzo III, per salvare il suo movimento e per non finire massacrato come i Catari francesi nel 1210. Nel XIII secolo le città italiane erano divise in fazioni. Assalti, uccisioni, devastazioni, vendette. Francesco diverse volte in nome del perdono di Cristo si interpose tra soldati armati e li rappacificò. Predicando l’amore e la riconciliazione tra i nemici. Condannò l’usura. La tradizionale Marcia della Pace da Perugia ad Assisi con la sua denuncia delle guerre, del traffico delle armi e degli uomini ben si sposa con lo spirito di Francesco.

Baciò pubblicamente un lebbroso e con i suoi frati accolse i malati incurabili e i reietti dalla città.

Nel 1219 andò con pochi frati a Damietta durante la V crociata voluta dal Papa contro l’Islam. Voleva predicare il vangelo ai maomettani. il Sultano non lo “perseguitò” anzi  di fronte a questo uomo malvestito e disarmato, saggio e buono non lo trattò come nemico, lo accolse come un sapiente e lo voleva tenere con sè alla sua corte. Ma Francesco tornò in Italia. Inconsapevolmente ci indicava il possibile dialogo con l’Islam non fatto di crociate ma di dialogo e di rispetto reciproco.

Il Santo non ha parlato di ecologia perche in quel tempo non se ne sentiva la necessità, ma ci ha insegnato a vivere in armonia non solo con gli uomini  ma con tutte le creature: animali, piante, terra e acqua.

Morì a 44 anni malato e sconfitto da Frate Elia che ancora lui vivente, allentò lo stile di povertà estrema scelta dal maestro. Il suo ordine diventò assieme ai domenicani un centro di potere ricco e influente.

Io proporrei di toglierlo per ‘mancato adempimento del suo ruolo’ da santo patrono in un’Italia che non ha quasi niente dei valori del Santo. Penso che anche lui ne sarebbe contento.

 

Beppe Manni

9 ottobre 2016

Funerale civile o laico?

FUNERALE LAICO  DI  UMBERTO  ECO

Quand’ero ragazzo nel mio paese successe un fatto scandaloso. Un funerale civile. Con bandiere rosse e banda. Era il 1948, Pio XII aveva scomunicato i comunisti. Il prete disse dall’altare parole di condanna: è come portare un cane al cimitero. Quel funerale in un paese cattolicissimo e democristiano,  era una provocazione e nello stesso tempo un’affermazione di laicità: “Noi non dipendiamo dai preti”. La Cellula e la Casa del Popolo erano allora l’unica isola autogestita, sottratta all’influenza, si fa per dire, del clero. Con sofferenze, polemiche e contrapposizioni. L’eterna lotta tra Peppone e don Camillo.

Mi veniva in mente tutto questo in occasione del luminoso funerale di Umberto Eco. Egli ha voluto una cerimonia “laica” non in contrapposizione alla chiesa, ma per creare uno spazio nel quale familiari, amici e colleghi potessero esprimere liberamente senza soggezioni liturgiche, il loro affetto “ricordando”. Il funerale è l’ultimo incontro con chi ci ha lasciato: molti amici avrebbero voglia di ricordare episodi e parole della sua vita. Non solo per personaggi importanti. Anzi più la vita del defunto è stata normale più merita di essere ricordata, perché vicina a noi. Ma nelle funzioni religiose e anche in molti funerali civili, si è come ingessati e nessuno dice niente. Io ho provato a dare la parola ai presenti in occasioni particolari (veglia funebre, sala del Commiato, Terra e Cielo…) ed è stata un’esperienza stupenda e gratificante per tutti.

Il credente degli anni 50 allontanava l’imbarazzo di un funerale civile attraverso le parole di condanna del prete. Oggi di fronte alla grandezza riconosciuta di un genio come Umberto Eco che sceglie di non fare il funerale religioso, il cristiano deve riflettere e mettere a prova le ragione delle sue credenze, la scelta di non sposarsi o di fare solo il rito civile; ma anche di non iscriversi all’ora di religione cattolica, di non battezzare un figlio, è un segno di laicità responsabile e di maturità consapevole. Anche i vescovi si stanno accorgendo che i cattolici in Italia non sono più il 90% (una ricerca di Eurispes del 2006 l’87,8% degli italiani si dichiarano cristiani cattolici, praticamente i battezzati) ma solo una minoranza. Sono aumentate le presenze di altre fedi e religioni. Sta nascendo con fatica anche nei credenti, una consapevolezza nuova, che non può che portare grandi frutti per tutti laici, atei e credenti. Cristiani, cattolici, ebrei, islamici, e Buddisti…stanno maturando una comprensione vicendevole inedita, di fronte alle grandi tragedie che incombono sull’umanità. Anche in un’Italia appesantita dalla presenza del vaticano e del concordato.

Moni Ovadia da ebreo sedicente ateo, diceva al funerale del suo grande amico Eco: “Che Dio ti benedica soprattutto perché non credi, Dio sopporta i credenti ma predilige gli altri”.

 

Beppe Manni

(Gazzetta di Modena 28 febbraio 2016)

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